Disegno perché voglio vedere: riflessioni su progetto e disegno a mano

11/09/2017

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È Carlo Scarpa a esprimere questo concetto apparentemente per i soli addetti ai lavori. Apparentemente perché reca in sé un portato culturale e sociale pari a quello che rappresentò l'abolizione della possibilità di fumare all'interno dei luoghi pubblici.

Da troppo tempo infatti passa il messaggio che la progettazione di un manufatto sia un azione quasi superflua. Per un senso di "incultura" assai diffusa, si è consolidato il messaggio che in fondo il lavoro del professionista si riduca ad elaborare un "disegnino".

Se penso agli anni della mia formazione universitaria e mi fermo a ricordare le scoperte delle piante chiosate di Scarpa, se penso alle chine colorate di Aldo Rossi, alle prospettive di Wright, alle assonometrie Lecorbusieriane, agli schizzi superbi di Louis Kahn, non riesco a comprendere i motivi di questa deriva in un cui sempre apparentemente non sembra guadagnarci nessuno.

Nel progetto convergono tecnica e mestiere, sensibilità e conoscenza. Tutto concorre a creare qualcosa che prima non esiste, con il progetto "È " ma solo attraverso il "disegno".

Eppure qualcosa non torna. Dove abbiamo sbagliato come società?Quali sono i motivi reali di tale abbrutimento? Ma soprattutto, esiste la reale possibilità di sovvertire tutto questo degrado in bellezza?

Non è questa la sede opportuna per una storia del disegno, ma una considerazione forse possiamo concedercela, l'azione espressiva del disegnare in fondo ci accompagna dai ripari di fortuna aggrottati, si è evoluto con alti e bassi, ha rappresentato un vero e proprio linguaggio parallelo (un cinese ed un canadese possono dialogare attraverso il disegno pur parlando lingue tra loro prive di punti di contatto), continuerà, ne sono convinto, ad evolvere con alti e bassi.

Alla nostra contemporaneità stanno toccando i "bassi", dobbiamo farcene una ragione per poter immaginare uno scenario migliore.

Se l'avvento dei programmi CAD nell'ultimo ventennio, ha accelerato la distanza tra il progettista e il disegno, sempre di più si avverte oggi, e non sembri un caso, il bisogno di una dimensione più spirituale affidata proprio a quel disegnare che, ancor prima che rappresentare espressione segnica, è "comprensione " sensoriale dello spazio.

E se Gilles Deleuze ci ricorda che ogni impressione è un'espressione, ecco che l'equazione ci riporta a rivalutare l'atto del disegno quale atto di volontà tipicamente umana e necessaria alla creazione stessa.

Ecco allora che quel "disegno perché voglio vedere" assume il portato necessario, illuminato dalla sensibilità del maestro veneziano, di cui il prossimo anno ricorreranno i quarant'anni dalla prematura scomparsa.Una suggestione però la voglio lanciare ai miei concittadini, soprattutto ai non addetti ai lavori.

Andate a visitare la Galleria di Palazzo Abatellis in via Alloro a Palermo, troverete la presenza silente del maestro a guidarvi nella visita attraverso il disegno ritmato di pavimenti lisci e ruvidi a seconda del tempo di sosta progettato per "vedere". Troverete stupende opere d'arte ma soprattutto il traslato di un mestiere che attraverso il potere evocativo del disegno, assegna e lo farà sempre e comunque, un nuovo valore alle cose che creiamo, agli spazi che abitiamo, a quella misura spirituale di cui tutti abbiamo bisogno ma che a pochi di noi è concesso di raggiungere con piena coscienza.

È il momento credo, di recuperare attraverso la nostra vecchia manualità, quella spiritualità insita del gesto creativo capace di rinnovato valore.

Ecco che: "disegno perché voglio vedere" diverrà finalmente patrimonio culturale comune.

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A cura di Arch. Danilo Maniscalco

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Luciano Murgia
11/09/2017 16:56
Articolo molto bello per una professione dall'eccezionale carisma. Non me ne voglia, Architetto, se con una punta di cinismo considero che la logica del massimo ribasso, abbia contribuito ad appiattire verso il basso, una così nobile arte.
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