Norme Tecniche Costruzioni (NTC) 2018: circa 400 imprese chiuderanno entro fine anno

28/06/2018

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Dopo il ricorso al TAR contro le Norme Tecniche Costruzioni (NTC) 2018 che metterebbero "a rischio la sicurezza del patrimonio edilizio degli italiani" (leggi articolo), riceviamo e pubblichiamo una nota del Comitato per la Diagnostica e la Sicurezza delle Costruzioni e dei Beni Culturali (Co.Di.S.) con la quale si mette in risalto la preoccupazione per un settore che, dopo l'avvento delle nuove norme tecniche, vedrebbe la chiusura di circa 400 imprese a causa del divieto di campionamento imposto ad ingegneri, architetti e geologi.

Il comunicato del Co.Di.S.

Un centinaio di posti di lavoro di tecnici, ingegneri, architetti e geologi, esperti in diagnostica delle costruzioni sono andati già in fumo, altri, circa un migliaio, quelli che andranno persi nei prossimi mesi, quando a chiudere saranno le aziende, anche quelle dell’indotto: questo il risultato dello scellerato comma integrativo voluto dal Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, con l’ultima revisione delle Norme Tecniche delle Costruzioni (NTC). Il comma in questione, inserito nel testo del paragrafo 8.5.3 (per il resto rimasto immutato rispetto alla versione delle NTC 2008) dispone che i campionamenti dei materiali sul costruito esistente, pertanto anche nel campo dei beni monumentali e tutelati, non possano più essere effettuati dai tecnici specializzati in diagnostica delle costruzioni e dei beni culturali, ma da semplici dipendenti, quindi non per forza di cose titolati o specializzati, di (pochi) laboratori cosiddetti “autorizzati” dal MIT.

Una riforma normativa piombata nell’incredulità più totale degli operatori del settore, i cosiddetti diagnosti delle costruzioni, che si sono visti togliere con un colpo di spugna il lavoro ma, per di più, una revisione normativa che ha di fatto sancito la fine di una nuova figura professionale creatasi negli ultimi 20 - 30 anni, non a caso, in Italia, visto l’immenso e straordinario patrimonio costruito che il nostro Paese detiene. Proprio loro, quindi, definiti da più parti come i “medici” delle strutture esistenti, corrono ora il rischio che vadano in fumo gli sforzi (in alcuni casi più che ventennali) di una intera carriera professionale: sull’orlo del fallimento circa 400 aziende italiane, una eccellenza operante anche all’estero, che ora non sanno più come far fronte alle spese di mutui e stipendi. Tutto questo perché? Perché, ad un ingegnere o ad un architetto, che nel corso dei loro studi si interessano di riabilitazione strutturale o restauro di edifici storici, è negata la possibilità di prendere un campione di calcestruzzo o di malta? Chi meglio di loro può farlo? Perché con la nuova normativa oggi devono essere solo spettatori, limitandosi a dare indicazioni su dove effettuare un prelievo per le analisi specialistiche, ma non possono essere loro ad eseguire il campionamento? Per usare un paragone medico è come se in sala operatoria ad un chirurgo specializzato in un certo tipo di interventi, che magari ha già alle spalle centinaia di operazioni, dicessero che da oggi no, per effetto di una strana legge, agli interventi in sala operatoria può solo assistere, ma il bisturi deve passare nelle mani di “altri”.

E gli “altri”, così come indicato dalle NTC 2018, sono i cosiddetti Laboratori “autorizzati”. L’aggettivo autorizzato indurrebbe a pensare che trattasi di strutture il cui permesso ad operare sia strettamente legato al contesto dell’edilizia esistente, storica o monumentale che essa sia, oppure abilitate al controllo sulle grandi infrastrutture storiche (quei ponti e viadotti ad esempio che nel recentissimo passato abbiamo visto sbriciolarsi e venir giù). Invece no! Trattasi invero di strutture, pensate a seguito della prima vera e propria legge sismica nazionale del 1971, per il controllo sui getti di calcestruzzo e sulla qualità dell’acciaio delle barre di armatura del cosiddetto cemento armato per le nuove costruzioni. La legge, la n. 1086/71, stabiliva, nel classico stile delle norme nazionali del secolo scorso, un regime concessorio, che imponeva il possesso pedissequo di un elenco di attrezzature che se nel 1971 poteva definirsi al passo con i tempi ora, a quasi 50 anni di distanza, sono più che superate. Mentre le società di diagnostica, che negli ultimi anni hanno fatto dell’innovazione strumentale e della applicazione di tecniche prese a prestito dalla diagnostica in ambito medicale, il loro punto di forza ed hanno spinto il progresso tecnologico nel settore dei controlli sulle costruzioni, potranno pensare, prima di chiudere i battenti, di poter ricavare qualcosa vendendo i loro strumenti d’avanguardia, magari all’Estero. Quindi i laboratori “autorizzati” del 1971 nulla hanno a che fare con l’edilizia storica, il restauro, la riabilitazione o il monitoraggio strutturale, insomma tutti quegli interventi tecnici di tipo specialistico (diremmo per l’appunto di controllo diagnostico) su cui noi italiani, grazie anche alle nostre scuole di specializzazione, siamo fra i primi al mondo.

E intanto ai Laboratori cosiddetti “autorizzati” (appena un centinaio in tutta Italia e concentrati principalmente nelle aree metropolitane, quindi proprio a svantaggio di quelle aree appenniniche ed alpine più ad alto rischio sismico) non pare vero che sia arrivato questo regalo dal Ministero. Per questo si sono già attrezzati per fare terra bruciata intorno a loro. In molti hanno già aggiornato i loro siti internet, per informare che da oggi svolgono anche servizi di diagnostica; ma il problema non è questo: a rischio è la libertà dei pubblici incanti e il futuro della categoria degli ingegneri e degli architetti che si occupano di Vulnerabilità sismica. Sì perché i Laboratori del 1971 hanno banalmente capito una cosa: oggi sono loro a costituire un passaggio indispensabile per la definizione dei raggruppamenti temporanei per le gare d’appalto, visto che il nuovo codice appalti dlgs 50/2016 esigendo (giustamente) progetti esecutivi, determina all’atto pratico che la fase dei rilievi, dei controlli e delle prove venga affidata contestualmente al progetto di vulnerabilità sismica. Sono loro, in forza del ristretto numero (circa un centinaio secondo le stesse stime ufficiali del MIT, tra l’altro in molti casi operanti sotto più sigle, ma in mano agli stessi soggetti economici) ad essere indispensabili a fronte di centinaia di migliaia di ingegneri ed architetti operanti nel settore dei controlli di vulnerabilità sismica sulle strutture.

Ma c’è di più: non sono rari ad oggi quei Laboratori che, pur non potendolo fare per legge, offrono i servizi di Vulnerabilità sismica, cosa davvero preoccupante per la sicurezza del nostro patrimonio e devastante per il futuro delle categorie professionali di ingegneri e architetti.

Prima che sia troppo tardi, per la sicurezza del patrimonio costruito, per la libertà degli appalti in tema di vulnerabilità sismica, per salvare 400 imprese dal fallimento, per il futuro della professione degli ingegneri e degli architetti, URGE UN INTERVENTO.

A cura di Redazione LavoriPubblici.it

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