Architetti e Ingegneri: la rappresentanza negata

Siamo tutti consapevoli che sul mondo dei professionisti - e degli architetti in particolare - negli ultimi decenni sono “precipitati” provvedimenti vessator...

15/02/2016
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Architetti e Ingegneri: la rappresentanza negata

Siamo tutti consapevoli che sul mondo dei professionisti - e degli architetti in particolare - negli ultimi decenni sono “precipitati” provvedimenti vessatori, sbagliati, inutili che hanno reso il nostro lavoro sempre più difficile e sempre meno riconosciuto e remunerato.

Abbiamo “subito” l’abolizione delle tariffe, gli studi di settore, l’assicurazione obbligatoria, i crediti formativi, l’obbligo di dotarsi del POS, i mille ostacoli per l’accesso al credito. L’elenco potrebbe proseguire. Per non parlare dell’elefantiaco apparato normativo incrostato intorno al mondo del costruire che ha trasformato l’architetto in Minotauro imprigionato nel labirinto di leggi, regolamenti, interpretazioni.

Perché non siamo riusciti a contrastare questa “deriva”?

Nei sistemi democratici evoluti la difesa degli interessi di categorie di lavoratori o di cittadini si veicola attraverso la libera rappresentanza. Gruppi di persone che condividono obiettivi scelgono (e sottolineo scelgono) di associarsi in strutture dotate di una forza maggiore dei singoli per far valere le proprie ragioni.

Liberi sindacati, libere associazioni di categoria operano per difendere interessi, anche di tipo corporativo. Usano strumenti di pressione, fanno lobby, aprono trattative.

Un corollario indispensabile per l’organizzazione di un sistema di rappresentanza in un assetto democratico è la libera adesione dei suoi membri.

Un lavoratore metalmeccanico sceglie da chi farsi rappresentare per ottenere diritti: la FIOM o la FIM o la UILM o un sindacato autonomo. Se non si è soddisfatti del lavoro di una organizzazione di rappresentanza si ritira la propria adesione o si sceglie un altro sindacato.

E noi architetti – e più in generale i professionisti cosiddetti “regolamentati” – quali forme di rappresentanza abbiamo costruito in questi anni per difendere i nostri interessi?

Sostanzialmente, a parte qualche piccolo sindacato con un numero di iscritti poco significativo, abbiamo creduto (o ci siamo illusi) che il nostro “sindacato” fosse l’ordine professionale.

Tutti noi chiediamo ogni giorno agli ordini di farsi portavoce dei nostri problemi e delle nostre richieste. Pensiamo di pagare annualmente una quota per ricevere in cambio battaglie utili per migliorare le condizioni del nostro lavoro.

Ci siamo affidati ad una sorta strano essere mitologico, per un terzo sindacato, per un terzo magistratura e per un terzo ente garante di interessi pubblici.

Abbiamo sbagliato. E' anche l’incapacità di dotarsi di veri sistemi di rappresentanza che ha portato alle conseguenze elencate in premessa.

L'odine professionale, nella sua attuale configurazione di ente pubblico con obbligo di iscrizione per chi intende esercitare una professione, non può svolgere correttamente un compito di rappresentanza degli interessi dei propri iscritti. Un ordine non è e non può essere una parte sociale. Prima di tutto perché una rappresentanza priva di volontarietà non ha alcun senso.

In secondo luogo perché appare quanto meno inconsueto chiedere la tutela di interessi di categoria ad un ente parastatale vigilato dal Ministero della Giustizia. Quando un rappresentante di un ordine si siede ad un “tavolo di trattative” con un interlocutore pubblico lo fa essendo esso stesso un organismo pubblico. Pensiamo sia normale?

Dovremmo allora trovare il coraggio di cambiare. Non aboliamo gli ordini professionali. Ma restituiamoli al ruolo per il quale sono nati: esercitare funzioni di controllo su determinate professioni per la tutela di interessi collettivi.

Per tale funzione può bastare una struttura molto più “magra” di quella attuale e molto meno onerosa per i professionisti. Se sapremo uscire dalle attuali ambiguità forse riusciremo finalmente a costruire forme di rappresentanza dei nostri interessi serie, libere ed efficaci. E forse le cose comincerebbero veramente a cambiare.

A cura di Francesco Orofino, Vice Presidente Nazionale IN/ARCH