Codice dei contratti: 3 indizi fanno una prova?

22/02/2018

Come sono lontani i tempi in cui Matteo Renzi e Graziano Delrio annunciavano nella conferenza stampa successiva al Consiglio dei Ministri n. 112 del 15 aprile 2016, con trionfalismo, l’approvazione del nuovo Codice dei contratti precisando che “Il Governo recepisce quindi in un unico decreto, passando dagli oltre 2.000 articoli del vecchio codice agli attuali poco superiori ai 200, le direttive appalti pubblici e concessioni e riordina la disciplina vigente in materia di contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture e contratti di concessione, esercitando così la delega e recependo le direttive europee nei tempi previsti al passo con gli altri paesi europei”!

Rivedendo e riascoltando, a distanza di quasi due anni, la conferenza stampa di Matteo Renzi e di Graziano Delrio viene da sorridere!

Come, per altro, oggi fanno sorridere le slide che il Ministro Graziano Delrio proiettò per la presentazione del Codice (vedi slide) ed anche il testo del comunicato stampa prodotto alla fine del Consiglio dei Ministri (vedi comunicato).

Successivamente all'entrata in vigore del Codice dei contratti di cui al D.lgs. n. 50/2016, la legislazione sui lavori pubblici è stata affidata in Italia ad un Codice che non è mai entrato compiutamente in vigore e che è in attesa di quasi 50 provvedimenti che lo renderanno attuativo (quando?) mentre oggi continuano a restare, ancora, in vigore quasi 150 articoli del Regolamento n. 207/2010 attuativo del previdente Codice dei contratti di cui al d.lgs. n. 163/2006.

Ci conforta il fatto che il nostro parere negativo sul codice, da tanto tempo evidenziato, coincide con quello di tanti e ricordiamo quanto espresso dall'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) all'interno della Relazione sull'attività svolta nel 2016 presentata a Montecitorio (leggi notizia); l’AGCM afferma che il copioso rinvio ai provvedimenti attuativi contenuti all'interno di numerosi articoli del D.Lgs. n. 50/2016 (Codice dei contratti pubblici), rischia di compromettere "uno degli obiettivi che lo stesso Codice mirava a perseguire, vale a dire l’introduzione di una cornice regolatoria chiara, sistematica ed unitaria. Il rinvio nel tempo dell’operatività delle norme, infatti, indebolisce l’efficacia dell’intero Codice e genera, inoltre, incertezze interpretative sulla sua applicazione"; d'altra parte le stesse perplessità erano state evidenziate anche dal Consiglio di Stato nel parere n. 855 dell'1 aprile 2017.

Il nuovo Codice dei contratti avrebbe dovuto dare stabilità alla legislazione sui lavori pubblici ma così non è stato ed oggi, mentre nasce una protesta trasversale con molteplici richieste che vanno dalla cancellazione alla rivisitazione del codice, ci torna in mente la frase di Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova».

Non sappiamo quale Governo ci sarà dopo il 4 marzo ma con tre indizi avremmo la prova che il nuovo Governo non potrà non occuparsi della revisione del Codice dei contratti e dei provvedimenti attuativi. Ebbene i tre indizi ci sono.

Inizieremo dall’ultimo dei tre che, in verità un non è un indizio ma una richiesta specifica della Filiera delle costruzioni che oltre dall’ANCE è costituita, anche, da Legacoop produzione e servizi, Anaepa Confartigianato edilizia, Cna Costruzioni, Fiae Casartigiani, Claai, Aniem, Confapi Aniem, Oice e Consiglio nazionale degli ingegneri (A proposito come mai della Filiera non fanno parte il Consiglio nazionale degli architetti PPC, il Consiglio nazionale dei Geologi ed il Collegio dei Geometri e dei Geometri laureati?). Nel documento presentato nel corso della manifestazione è affermato. espressamente. che al fine di non tradire lo spirito della legge delega, viene fatta, contestualmente, la proposta di ripensare il Codice al fine di impedire l’introduzione di livelli regolatori superiori a quelli imposti dalle direttive Ue (divieto di Gold plating) e di predisporre un articolato più semplice, suddiviso in lavori, servizi e forniture, accompagnato da un unico regolamento attuativo, dotato di forza cogente, in cui far confluire la normativa di dettaglio e le linee guida Anac.

Il secondo indizio è legato all’assoluto silenzio del Governo sul Codice dei contratti tanto che il Ministero dei lavori pubblici ha tolto dalla propria home page il link che rimandava alle scarne notizie relative al Codice stesso (vedi pagina) quasi prendendo le distanze da un provvedimento che, invece, è stato portato avanti proprio dal Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Graziano Delrio che ha firmato il provvedimento ai tempi del Governo Renzi.

Il terzo indizio è legato ad una intervista del Presidente dell’ANAC Raffaele Cantone pubblicata sul Sole 24 ore del 4 gennaio in cui, tra l’altro, afferma che “Questo non è il codice dell’Anac, le scelte le ha fatte la politica. Anche oggi, se si volesse decidere di cambiare strada, sarebbe una scelta che spetta alla politica. ………... Detto questo, ritengo che per un certo provincialismo italiano e per ragioni politiche, probabilmente evitare procedure di infrazioni Ue su altri fronti, si sia deciso un recepimento frettoloso delle direttive Ue” aggiungendo, anche, che “Se si fossero dati sei mesi di moratoria per consentire alla Pa di conoscere e studiare le nuove regole, il risultato sarebbe stato diverso. ……….. Non nego resistenze nella Pa, ma non si può chiedere di applicare una norma che entra in vigore con zero strumenti attuativi approvati”.

Ma potrebbero essere individuati altri indizi che avvalorerebbero la prova che il nuovo Governo non potrà non occuparsi della revisione del Codice dei contratti e dei provvedimenti attuativi. Valga per tutti quello che si sta verificando adesso con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e la Presidenza del Consiglio dei Ministri che dopo essere stati quasi silenti per quasi due anni (con pochissimi provvedimenti adottati), nel mese di gennaio 2018, a ridosso delle elezioni del 4 marzo, predispongono gli schemi di una serie di provvedimenti che avrebbero avuto necessità di una condivisione da parte degli operatori del settore. Mi riferisco, tra gli altri:

  • allo schema di decreto sul dibattito pubblico che dopo l’ultimo parere del consiglio di Stato è in attesa del parere delle Commissioni parlamentari;
  • allo schema di decreto relativo alla qualificazione delle stazioni appaltanti ed alle centrali di committenza inviato alla Conferenza unificata per l’intesa.

Relativamente a questo secondo decreto che doveva essere il fiore all'occhiello del nuovo Codice dei contratti, a distanza di oltre 2 anni, non sembra che il provvedimento vedrà presto la luce anche perché l’intesa in Conferenza unificata non sarà semplice per il fatto stesso che Comuni e Regioni potrebbero non avere interesse a diminuire il numero delle stazioni appaltanti e delle centrali di committenza ed in ogni caso, dopo tale parere, il Decreto dovrà essere sottoposto al vaglio del Consiglio di Stato e dell’Anac.

Crediamo, quindi, che, a causa dei tanti indizi, esista la prova che il nuovo Governo che nascerà dopo il 4 marzo non potrà non affrontare il problema del Codice dei contratti.

A cura di arch. Paolo Oreto



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