Green Utopia: un esperimento vegetale per l'architettura del futuro

10/03/2015

«Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l'Umanità approda di continuo. E quando vi getta l'ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l'Umanità di nuovo fa vela». Così scriveva Oscar Wilde nel 1891 riferendosi al concetto di utopia come alla più grande fragilità della storia, ma anche alla sua più grande forza, al solo mezzo che ha l'umanità per riscattarsi di continuo.

È in tal senso, con significato di modello, di punto di riferimento su cui orientare azioni pragmaticamente praticabili, che si colloca il progetto Green Utopia, dall'idea di Maurizio Corrado, architetto e saggista. Una piccola città utopica di duemila metri quadri, nata già nel 2014 e che torna negli spazi della Fabbrica del Vapore a Milano, dal 14 aprile all'8 maggio 2015, per il grande evento Expo, con esempi reali di architettura vegetale in terra cruda, bambù, canne, paglia e salice. Insomma una innovativa e concreta risposta alle esigenze contemporanee di sostenibilità, che riguardano l'architettura e il design. Come lo definisce Andrea Facchi, architetto e curatore dell'esposizione: "si tratta di un coraggioso scenario in cui la barriera tra natura e costruito viene trasformata in proficuo rapporto di dialogo".

Come ai suoi esordi, il focus d'attenzione viene posto, dunque, verso l'uso in architettura e design dell'elemento vegetale, considerato come materiale primario della costruzione e riscoperto negli ultimi anni, verso le sue tecniche di impiego e, soprattutto, verso un nuovo atteggiamento che considera il verde come l'ambiente ideale per il living umano. E la città del domani, che può derivare da questa prospettiva e che potrà, pertanto, fondarsi su tali basi, tenderà a portare dentro di sé la foresta, togliendo il confine fra natura e costruito, nell'ottica di una pianificazione urbana che sia più incentrata verso il rispetto del territorio e l'auspicabile azzeramento dell'uso del suolo.

E' proprio questa, paradossalmente, la vera innovazione di tale idea, ovvero l'uso di tecniche e materiali, a volte antichi e usati in altre culture, ma che vengono riscoperti, in modo contemporaneo, e attuati in questo esperimento di città vegetale: costruzioni, come detto, in terra cruda, uno dei materiali protagonisti di questi esempi di "nuova architettura", con insuperabili doti ecologiche; le fibre di kenaf, una pianta che deriva dalla specie della canapa, appartenente alla famiglia del cotone, le cui prime utilizzazioni risalgono già al 2800 a.C. e che presenta non solo una notevole lavorabilità ma anche un ottimo potere isolante; il bambù, considerato un vero e proprio acciaio naturale per le sue capacità statiche ed elastiche; l'arundo donax, una canna palustre che riporta indietro la memoria a quelle abitazioni, tipiche specialmente dei nostri centri storici, in cui la nostra comune canna mediterranea diventava elemento essenziale delle costruzioni di casa nostra; la paglia, in grado di fornire non solo un alto coefficiente di isolamento termico ma anche una grande resistenza statica agli eventi sismici; infine il salice, in grado di creare delle vere e proprie architetture viventi che crescono e cambiano con il tempo, seguendo quel naturale ciclo vitale in armonia con il vivere umano. Un verde, quindi, tradizionale e tecnico allo stesso tempo, che diventi modello per la realizzazione del nuovo costruito urbano, in un futuro che potrebbe diventare, ormai, anche prossimo, data l'esigenza imminente di orientarsi verso concetti che siano più devoti alla reale sostenibilità e che comprendano, allo stesso tempo, ampi spazi destinati, per esempio, anche agli orti urbani, con l'intento di ridare alla natura ciò che l'uomo le ha depredato nel corso dei secoli.

Com'è andata la prima edizione di Green Utopia del 2014? Sicuramente si è rivelato un vero e proprio esperimento antropologico e sociologico, un luogo in cui si sono incontrate e scontrate esperienze di persone diverse e di addetti ai lavori provenienti da realtà, senz'altro, differenti. Non solo ricerca ma anche, un evento-gioco per adulti e bambini: le architetture di paglia, di terra cruda e di bambù sono diventate sia scenografia per le varie attività che si sono svolte durante il periodo di apertura, sia parte integrante di queste. Si è dimostrato, dunque, che un altro modo di costruire è possibile e che, a livello prettamente sociale, non si verrebbe a creare quella diffidenza che molti professionisti temono nel proporre nuove idee in tal senso: un "ritorno alle origini", quindi, che potrebbe essere ben accolto dai reali fruitori degli spazi urbani. Allo stesso tempo, però, i temi del "costruire con le proprie mani il proprio spazio", l'utilizzare la terra e le piante, riscoprendo quel contatto sacro con la natura, e lo sviluppare la capacità di immaginare un nuovo modo di intendere l'abitare, il vivere e il costruire, sono ancora troppo acerbi per poter essere applicati oltre la novità momentanea di un esperimento come quello di Green Utopia che, però, ha tutte le carte in regola per poter diventare modello da mettere in pratica a più ampio spettro.

Per questo motivo, si è deciso di ripetere questo evento all'interno dell'Expo 2015 di Milano. Quale migliore contesto per rimettersi in gioco se non quello di un evento così ampio e vasto, sia a livello culturale che a livello più strettamente sociale, come l'Expo: in tale senso, l'architettura vegetale di Green Utopia rappresenta una valida risposta a quelle esigenze di sostenibilità e di "mancanza di risorse" che saranno tra i temi centrali dell'esposizione universale di matrice italiana. A tutto questo si può aggiungere un elemento fondamentale: tra le tecniche costruttive e tra i materiali utilizzati, si ritrovano spesso mescolanze di culture di paesi anche lontani da quelli europei o del bacino del mediterraneo. Green Utopia può, dunque, rappresentare la dimostrazione di come queste possono non solo coesistere tra le persone, ma anche in un'architettura che sia allo stesso tempo green e multiculturale, che sia alla base di un'autosufficienza e di una coscienza che metta a fuoco i reali bisogni dell'uomo contemporaneo.

Molti edifici del passato, infatti, soprattutto in un paese storicamente antropizzato come l'Italia, hanno da sempre sfruttato tecnologie costruttive, che risultano, ormai, quasi del tutto dimenticate, e materiali naturali (come la pietra, il legno, la canna mediterranea) ormai scarsamente utilizzati in favore di quelli prodotti industrialmente. Non è un caso, quindi, che si cominci a sentire, sempre più pressante, l'esigenza di un ritorno alle tecniche del passato, ormai in via di estinzione, sia per il recupero dell'esistente che per le nuove costruzioni, con l'obiettivo di riscoprire ciò che, per secoli, ha caratterizzato il costruire umano. Le costruzioni in canna, per esempio, non sono una novità nel nostro paese e, più in generale, nell'intera area Mediterranea. La canna comune (dal nome scientifico arundo donax) è stata la protagonista, in assoluto, dei primi esempi di proto-architettura, sia con funzione portante sia con funzione di copertura per strutture in pietra o legno. Le sue qualità intrinseche non sono legate solo alla sua notevole elasticità e resistenza, ma anche al suo livello energetico, tanto che potrebbe diventare una vera e propria coltura, con un potenziale immenso, per la sua elevata capacità di riprodursi. Ma non è tutto: è un materiale ideale anche per la riqualifica dei suoli, per il suo alto potere depurante. Numerosi studi, infatti, hanno dimostrato come l'arundo risulterebbe un valido alleato per la decontaminazione di siti fortemente inquinati ed inoltre, avendo un elevato potere antierosivo, fungerebbe da agente protettivo delle falde e da "contenitore naturale delle terre" in zone particolarmente soggette a rischi idrogeologici, problema che da sempre affligge il nostro Paese. Tutto questo senza dover rinunciare al "fare architettura", spingendo i professionisti ad utilizzarla per la costruzione di veri e propri edifici, basandosi sulla generosità della pianta, abbondante e rinnovabile, fino al progetto di architetture organiche complesse. Ovviamente questo è solo un esempio: proprio durante l'esposizione una cupola di salice vivo gareggerà in altezza con lo ziggurat in paglia e terra di oltre cinque metri, con colonne di verde verticale, con archi di bambù e canna, insieme a giardini e orti pensili.

Qual è, dunque, l'importanza di un esperimento come quello di Green Utopia? Sicuramente il riproporre queste tematiche per far si che la ricerca non resti tale ma spinga, i professionisti del settore, a osare, a dialogare, a confrontarsi e, perché no, anche a scontrarsi: solo così infatti sarà possibile, davvero, concretizzare ciò che per troppo tempo è rimasto al livello di ipotesi. Il fatto poi che tale progetto nasca da talenti italiani diventa motivo di orgoglio per il nostro Paese che su tali temi, troppo spesso, si è contraddistinto, in negativo, rispetto al resto del mondo, risultando ancora una volta arretrato. Il recupero delle tradizioni e dei materiali del passato è, infatti, da anni oggetto di controversie nell'ambito dell'architettura e dell'ingegneria italiana. E questo è dovuto proprio al fatto che la nostra tradizione costruttiva, basata proprio sui materiali naturali, è stata per lungo tempo snaturata dall'avvento di prodotti prettamente industriali. Perché, allora, non pensare ad un ritorno al passato pur senza dimenticare le innovazioni del nostro tempo? È proprio in tal senso che Green Utopia si colloca, in un momento in cui è necessario comprendere che il riscoprire le tecniche costruttive tradizionali non vuol dire, necessariamente, dover rinunciare all'efficienza e al rinnovamento in architettura e che tale processo può rappresentare, forse, l'unica via alternativa per assicurare un avvenire alle generazioni future, in controtendenza con quel fare consolidato che ha portato all'ormai ben noto consumo di risorse.  Il tutto, dunque, in un'ottica assolutamente sostenibile, che unisca, per esempio, architettura e permacultura per un obiettivo comune: la determinazione di un nuovo modello abitativo di autocostruzione, in cui è possibile recuperare anche gli scarti dell'edificare, senza lasciarne traccia e senza forzare, ulteriormente, quel delicato equilibrio tra artificiale e naturale, di cui fin troppo spesso ci si è dimenticati.

Comprendere e sfruttare le grandi proprietà dei materiali naturali, generalmente sottovalutate, significherebbe, pertanto, dare vita ad un nuovo approccio metodologico del costruire e ad un nuovo modello abitativo, come sperimentato proprio da Green Utopia. Grazie a ciò, infatti, le risorse naturali non verrebbero solo "consumate" ma avrebbero modo di evolversi e trasformarsi grazie ad una mano umana che non ruba ma, al contrario, ne valorizza le caratteristiche intrinseche. Green Utopia fa così emergere una realtà, possibile, in cui l'operato umano si integri perfettamente con ogni altra forma viva, senza prevaricare o diventare forte presenza impattante, come purtroppo accade, tutt'oggi, nei nostri scenari urbani e territoriali.

A cura di arch. Valeria Fazzino


© Riproduzione riservata