IL PENSIERO DI INARCHECK

31/07/2006

Il Decreto Bersani tocca gli interessi di molte categorie. Hanno scioperato i taxisti e protestano i fornai. I farmacisti hanno indetto uno sciopero nazionale. Un comunicato del Consiglio Nazionale Forense spiega che gli avvocati sono contrari a regole introdotte "in modo repentino, unilaterale, autoritativo e penalizzante" e che "non sono i linea con i principi sui quali si fondano l'indipendenza e l'autonomia dell'avvocato, la sua correttezza e la sua qualificazione professionale".
Eppure, chi di noi, per principio, è contrario a comperare l'aspirina al supermercato? Chi non ha mai imprecato sotto il sole in una coda di quaranta minuti per un un taxi fuori dalla stazione di Roma o di Firenze? Chi non ha mai sussultato di fronte alla parcella dell'avvocato per una letterina di protesta all'amministratore del condominio?Noi italiani, non è che non siamo liberisti, è che siamo generalmente favorevoli alle liberalizzazioni altrui.
Il nocciolo della questione è un'antica querelle: l'applicazione di un minimo tariffario non è garanzia di qualità delle prestazioni, come non lo è, del resto, l'iscrizione a un ordine professionale. D'altra parte, non possiamo neanche pensare che la qualità sia garantita dalla liberalizzazione delle tariffe, né che l'autonomia di giudizio e la capacità di scelta da parte dei "consumatori" siano garantite dalla liberalizzazione delle attività di marketing.
Banalmente, per offrire un servizio di qualità ci vogliono i mezzi e ci vuole tempo. Tempo che non è soltanto quello dedicato all'erogazione dello specifico servizio, ma è anche quello che serve al professionista per mantenersi aggiornato, per studiare, per frequentare corsi, per leggersi le riviste di settore, per indagare in maniera approfondita sulle nuove tecnologie, sui nuovi materiali, sui nuovi strumenti, su tutto ciò che può contribuire a rendere migliore la sua prestazione. E il tempo ha un costo.
Altrettanto banalmente, sappiamo bene che il marketing può essere, e spesso è, fuorviante rispetto ai reali contenuti e al valore effettivo di un prodotto o di un servizio e solo pochi consumatori particolarmente attenti e bene informati sono in grado - e non sempre - di andare oltre l'estetica accattivante del packaging, oltre la bellezza della modella, oltre il carisma del campione sportivo e di considerare i valori nutrizionali degli ingredienti della merendina, la qualità della scarpetta, l'età, la nazionalità e la condizione sociale di chi ha cucito il pallone.
I "consumatori" dei nostri servizi, sono abbastanza informati e attenti? Quali sono i parametri in base ai quali il committente sceglie il professionista?
Se, come dice il decreto, si dovranno pattuire i compensi parametrandoli al raggiungimento degli obiettivi perseguiti, sarà necessario innanzitutto che il committente, i propri obiettivi, li abbia ben chiari, e poi che abbia anche una qualche idea di che cosa significhi, in termini di impegno di tempo e di risorse, nonché di assunzione di responsabilità da parte del professionista, il raggiungimento di detti obiettivi. Il problema è tutt'altro che banale, perché la definizione dell'obiettivo non può limitarsi alla "quantificazione" e alla indicazione tipologica di un edificio da progettare, perché due edifici della stessa tipologia e delle stesse dimensioni possono richiedere impegni progettuali anche molto differenti in funzione di parametri quali, ad esempio, il grado di innovazione tecnologica, l'attenzione alla sostenibilità energetica, i vincoli urbanistici, storici e ambientali, i vincoli temporali e organizzativi imposti sulla fase di realizzazione, la pianificazione della manutenzione e della gestione dell'immobile nel suo ciclo di vita utile, ecc..
Possiamo pensare che le tariffe attualmente in vigore rimangano, se non come minimi inderogabili, almeno come termini di riferimento in base ai quali stabilire incrementi, in positivo o in negativo, in funzione delle caratteristiche specifiche delle prestazioni. Possiamo pensare anche che nelle gare pubbliche per l'affidamento di servizi di ingegneria e di archiettura il riferimento alla tariffa possa continuare a costituire la base d'asta. Dovranno però essere introdotti dei sistemi di controllo delle anomalie, se si vorrà evitare di trasformare le gare di progettazione in giochi al massacro. Ma se in un appalto di opere il prezzo unitario di una lavorazione si può calcolare sommando elementi conosciuti e oggettivamente riscontrabili, quali il costo del materiale, il tempo impiegato dalla manodopera, i noli, i trasporti, gli oneri per la sicurezza e quant'altro, come si giustifica un prezzo unitario in una prestazione professionale? Su quali basi si calcola? Ci metteremo a calcolare il costo della carta e dei toner delle stampanti e dei plotter e il tempo di utilizzo delle macchine e del software? E' giusto che il professionista sia pagato a tempo? Se è giusto - e indiscutibilmente lo è - che il professionista si assuma le responsabilità del proprio operato; se è giusto - come si chiede da tempo e da più parti - che tali responsabilità siano definite in modo univoco e trasparente, più di quanto non avvenga oggi, allora non possiamo pensare che il costo della prestazione non ne tenga conto. E come si può calcolare l'assunzione di responsabilità sulla qualità, sul funzionamento, sulla fruibilità, sulla durabilità di un bene, se non in una qualche ragione proporzionale al valore del bene stesso?
D'altra parte, sul fronte privato esiste già una larga fascia di professionisti, per lo più giovani, che operano su interventi medio piccoli e che da sempre applicano fortissimi sconti su quelli che dovrebbero essere dei minimi tariffari inderogabili. In questi casi il nuovo corso sarà solo una presa d'atto formale di una situazione già diffusa, con la sola conseguenza di eliminare la base di legittimità delle lamentele, per altro quasi sempre sterili, dei colleghi, nei confronti di una presunta concorrenza sleale. Ma l'eliminazione del minimo tariffario significherà anche eliminazione di una base contrattuale di riferimento col cliente, che si sentirà legittimato a richiedere l'impossibile. Questo sarà davvero un vantaggio per i giovani professionisti? Chi si avvia all'esercizio di una professione lavorando in proprio e da solo può permettersi di applicare sconti maggiori di chi deve sostenere le spese di uno studio avviato e con personale dipendente. Gli studi già affermati dovranno comunque necessariamente abbassare le tariffe per poter essere concorrenziali e le conseguenze di questa diminuzione degli introiti ricadranno inevitabilmente sui "collaboratori", ossia su quei giovani (fra l'altro, ci sarebbe da discutere sulla definizione tutta italiana di "giovane", visto che si parla di persone che generalmente hanno superato la trentina) che lavorano in tutto e per tutto come dipendenti, tranne che per quanto concerne l'inquadramento contrattuale e che figurano, negli elenchi degli ordini come nei dati dell'erario, come liberi professionisti.
Quanto alla libertà di pubblicizzare i propri titoli e le proprie specializzazioni, non risulta che fino ad ora i curricula professionali fossero coperti da qualche segreto. Ciò non di meno, se nel settore pubblico si può contare su un qualche sistema preordinato di punteggi, il cliente privato, fra un forte sconto e un ricco curriculum, loda l'impegno, ma generalmente sceglie il risparmio. Questo probabilmente lo dobbiamo anche alla mancanza di fiducia nei sistemi formativi. E certo la frammentazione dei corsi di studi, la proliferazione indiscriminata delle lauree brevi, ciascuna con un suo titolo a cui non è quasi mai molto chiaro quale contenuto corrisponda, il dilagare incontrollato di master, corsi di specializzazione, corsi di perfezionamento, più o meno formalmente riconosciuti, il cui accesso è spesso aperto a tutti i paganti. Tutto questo sistema non aiuta certo il committente ad avere fiducia nei titoli riportati su un curriculum. Tra l'altro, quanti dei nostri clienti sanno, per esempio, che differenza c'è fra un dottorato di ricerca, un corso di specializzazione, un master e un corso di perfezionamento? E fra un master di primo e di secondo livello? Se poi il cliente è disposto a spendere qualcosa in più e fa lo sforzo di confrontare i curricula si fida più di un nutrito elenco di opere realizzate che di un prestigioso titolo accademico e questo, di nuovo, non favorisce certo i giovani.
Si può sperare che con la liberalizzazione i professionisti siano incentivati a puntare sulle proprie competenze e capacità per emergere, ma in un contesto in cui l'utenza non ha gli strumenti di conoscenza per comprendere e giudicare la qualità di un progetto, è più probabile che la maggioranza punterà ad acquisire fette di mercato abbassando i prezzi, a scapito del risultato. Avvalendosi del fatto che nel nostro settore le conseguenze nefaste di una cattiva progettazione possono emergere dopo anni e che dunque i tempi di ritorno dell'informazione sono tali da non compromettere l'affermazione sul mercato di professionisti che si sappiano vendere bene a basso costo.
Un controllo serio del progetto e della esecuzione dei lavori può innescare un processo virtuoso attraverso il coinvolgimento delle società di assicurazione. Queste, interessate sostanzialmente alla riduzione del proprio margine di rischio, potrebbero incentivare il sistema dei controlli quale strumento per la garanzia della corretta progettazione ed esecuzione delle opere assicurate, applicando sconti sui costi delle polizze, come avviene già in altri paesi europei. Il sistema, però, non può prescindere dalla predisposizione di regole univoche e trasparenti sulle modalità, i metodi, i contenuti e le finalità dei controlli, sulle competenze e sulla professionalità dei controllori, ossia da tutti quei parametri che servono, per i verificatori come per tutti gli altri professionisti, a configurare i termini della prestazione, a garantire la qualità del servizio e del risultato e a definire un conpenso congruo e commisurato agli obiettivi da raggiungere.
Infine, una riflessione sugli ordini professionali.
Se fino ad oggi fra i compiti degli ordini spiccava la vidimazione delle notule, come strumento di tutela del professionista nei confronti di un cliente poco attento o poco corretto, quale ruolo avranno ora?
Forse anche gli ordini potranno cogliere l'occasione per un rinnovamento di sostanza, per cominciare a organizzarsi e diventare un vero organismo di controllo e garanzia, non di interessi e privilegi di casta, bensì del rispetto delle norme deontologiche. Comprese quelle sulla concorrenza: per esempio controllando e certificando la veridicità delle informazioni pubblicitarie e dei titoli riportati sui curricula e sanzionando i furbi e i disonesti.
Naturalmente questa “opinione” è un “pensiero a caldo” da parte di chi si occupa professionalmente di verificare la qualità dei progetti e inevitabilmente – ma sempre informalmente – non può evitare di maturare opinione sulla qualità della progettazione e dei progettisti. Altre opinioni seguiranno, magari supportate dallo scorrere degli eventi. Per il momento saremmo lieti di raccogliere le reazioni, i pensieri, le proposte di coloro che come noi sentono il problema della qualità come problema centrale di una società evoluta dove il rapporto cliente-fornitore è il motore dell’economia, cioè della società.


a cura di Ing. Ing. Mauro Moroni - Amministratore delegato

Ing. Arch. Marzia Lanzoni - Direttore qualità


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