Professioni tecniche: 10 risposte alla crisi economica, sociale e culturale

di Giuseppe Scannella - 19/01/2016

Il 2016 sarà un anno di assoluta importanza per Architetti e Ingegneri. L'11 febbraio 2016 si terranno le elezioni per il rinnovo del Consiglio Nazionale Architetti PPC (leggi articolo), mentre nel secondo semestre dell'anno andranno in scena le votazioni per le nuove cariche direttive del Consiglio Nazionale Ingegneri.

Sarà quindi un anno di promesse in cui le parole "cambiamento" e "riforma" saranno probabilmente le più gettonate tra chi si contenderà la leadership dei Consigli Nazionali. Si tornerà, quindi, a parlare dei temi che più hanno interessato i professionisti dell'area tecnica, soprattutto in questi ultimi anni di crisi profonda. Una crisi economica che è diventata sociale e culturale, in cui i Governi hanno avuto un ruolo di primaria importanza, essendo riusciti a sostituire parole come PIL e spread a quelle ben più lungimiranti come "qualità" ma soprattutto "programmazione" e "visione".

Al fine di comprendere alcune dinamiche che hanno investito le libere professioni, ho intervistato l'arch. Giuseppe Scannella, libero professionista, attento conoscitore del mondo ordinistico e, oggi, Presidente dell'Ordine degli Architetti di Catania, a cui ho rivolto 10 precise domande che vi riporto di seguito.

Dal 2006 ad oggi i professionisti dall'area tecnica hanno visto diminuire le loro "tutele", crollare i fatturati e contestualmente aumentare gli obblighi a loro carico. La prima conseguenza ha riguardato la crisi d'identità della professione che ha visto decadere la qualità delle prestazioni professionali. Come pensa sia potuta accadere questa vera e propria "debacle"?

Che ciò accadesse non è strano ed era stato ampiamente previsto almeno da una certa parte della professione. Le liberalizzazioni di Bersani, con l’abolizione dei minimi tariffari (che peraltro riguardavano solo le opere pubbliche o , al massimo, i contenziosi sul mancato pagamento degli onorari) si è dato risposta, sotto il finto ombrello europeo, ad una richiesta del mondo imprenditoriale e finanziario che lamentava come il costo dei servizi professionali, generalmente intesi, pesasse mediamente per il 6% dei bilanci delle Imprese, una percentuale a loro dire ben più alta che in Europa. Dimenticando però che ben poco di questo peso atteneva all’esosità dei compensi, essendo più che altro dipendente dal numero e dalla complessità delle consulenze e dei servizi necessari per dipanare la complessa e a volte corrotta macchina burocratica di uno Stato elefantiaco e lentissimo. C’era pure –forse c’è ancora- un altro disegno, perseguito con una attenta e sottile strategia. Il mercato dei servizi professionali rappresentava all’epoca circa il 15 % del PIL nazionale, una ricchezza consistente, che certi ambienti dell’industria e della finanza volevano acquisire; ecco che si è perseguito, con tante azioni, il disegno di indebolire sempre più le professioni intellettuali, attaccare la loro indipendenza per ricondurle sotto il dominio del capitale: la riforma universitaria delle lauree triennali, l’abolizione delle tariffe, la stessa previsione delle società d’ingegneria, i ripetuti attacchi al sistema ordinistico italiano, fanno parte di questa sottile strategia. L’atteggiamento delle rappresentanze nazionali delle professioni italiane, salvo qualche raro esempio contrario, rispetto a questo è stato, lo è ancora per certi versi, pavido, attento a non troppo litigare con i Governi, paventando la paura di una cancellazione del sistema (forse dei “posti” legati ad esso) ed ecco che abbiamo subito – più o meno passivamente- di tutto e di più. Aggiungiamo che oltre le sigle, il sistema delle professioni ha avuto sempre difficoltà a riunirsi in un’unica voce a sostegno delle istanze di interesse comune. CUP, PAT, RPT e dir si voglia sono andati avanti con il passo del gambero divisi tra gelosie, lotte di potere, conflitti di competenze volutamente mai risolti. Il risultato non poteva che essere quello che oggi misuriamo.

Minimi tariffari, formazione continua e assicurazione professionale. Sono solo alcuni dei temi più scottanti che hanno interessato i professionisti dell'area tecnica. Qual è il suo punto di vista?

Sui minimi tariffari ho già detto, posso aggiungere che il riconoscimento di un compenso minimo rispetto a degli standard prestazionali rappresenta una tutela per lo stesso committente, nei confronti di quella che viene riconosciuta come “asimmetria informativa” a svantaggio della committenza privata e l’ovvia constatazione che al di sotto di certe entità non può essere garantito uno svolgimento serio e approfondito del compito professionale. Per onestà va però anche sottolineato che il controllo ordinistico di questi aspetti, specie nel campo che più direttamente conosco, quello della filiera edile, non sempre è stato per così dire attento ed equo. Molto spesso si è privilegiato (molto più in passato che ora) il collega riconoscendogli compensi a volte non meritati, contribuendo a creare quella distanza tra professione e società che sconta soprattutto la parte più sana della professione.
La formazione continua, meglio sarebbe dire l’aggiornamento professionale permanente, è pratica connessa all’esercizio professionale. Un serio professionista non può non aggiornarsi costantemente rispetto alle evoluzioni tecnico-normative e alle modificazioni della società in cui vive, pena la fuoriuscita dal mercato. Il problema sta quindi nell’aver trasformato una necessità e una opportunità in un obbligo “orizzontale”, indifferente all’aspetto concorrenziale che poteva avere. Per esser più chiari, meglio sarebbe stato inserire la specificazione dei percorsi d’aggiornamento effettuati tra gli elementi da rendere obbligatoriamente noti alla committenza, in modo da metterla in condizione di poter sceglier il professionista meglio preparato. Una formazione “certificata” e qualificata, possibilmente con regole uguali per professionisti operanti nello stesso settore, anche attraverso una chiara definizione delle rispettive competenze che ancora è di la a venire, che si è anzi resa più confusa con le lauree triennali, quelle geometrili e la caterva di sentenze, una contraria all’altra, che un giorno si e l’altro pure registriamo.
La questione assicurazione obbligatoria è, per certi versi, similare. Sono sempre esistite le norme volte a tutelare il committente da professionisti incapaci o in mala fede. Solo che a questa giusta tutela erano abbinate norme che tutelavano il professionista, che non svolge un compito ripetitivo ma è chiamato di solito a risolvere questioni complesse. Il Codice italiano prevedeva che esso rispondesse infatti solo dei danni causati per dolo o colpa grave e doveva assicurare alla committenza i mezzi atti a perseguirne i fini e non l’obbligo del risultato.
Varie sentenze e varia giurisprudenza hanno modificato negli anni quest’orientamento e quindi proteggersi da richieste di danni, che nel nostro settore possono essere anche rilevanti, proteggendo anche il cliente dai propri errori è giusto. Il problema sta nel fatto che non si sono introdotte adeguate misure compensative e oggi l’assicurazione professionale è diventata, oltre che un nuovo e cospicuo introito per le compagnie, anche una forma di ricatto dei clienti nei confronti del professionista. Anche questo era facile da prevedersi: non a caso l’Ordine che oggi ho l’onore di rappresentare, sin dalle prime bozze della riforma Monti, chiese al CNAPPC di adoperarsi perché le norme sull’assicurazione obbligatoria prevedessero quella che chiamavamo e chiamiamo ancora “simmetria delle tutele”; delle regole cioè che tutelassero si il committente dagli errori professionali ma anche il professionista dalla clientela infedele, in merito ai contenziosi fittizi, in merito di mancato pagamento degli onorari, dalle liti temerarie e via dicendo, anche in ragione della farraginosità e lunghezza, oltre che incertezza, degli iter giudiziari. Purtroppo senza alcun successo. Abbiamo dovuto attendere il Governo Renzi, che si è in qualche modo fatto carico della questione (a dimostrazione di quanto fosse fondata) che ha introdotto una forma di tutela similare nel DDL sullo Statuto del Lavoro Autonomo. Non è finita, perché si deve vigilare che questa opportunità non si trasformi in un’ennesima beffa e in un altro onere da sostenere e, in questo senso, occorre insistere con il Governo perché si modifichi, attraverso la Legge, il principio secondo il quale per la Suprema Corte la responsabilità di un professionista non cessa mai, visto che , nel nostro campo, è data facoltà al committente di accorgersi di un presunto errore professionale in qualsiasi momento e avere, da quel momento, dieci anni di tempo per chiamare in causa il professionista, Non credo ci sia alcuna tipologia di lavoro sottoposta a questa spada di Damocle, specie in riferimento a compensi che ormai non riescono a garantire la semplice sopravvivenza. Altro che Pietro Calamandrei e art.36 della Costituzione (che faremmo bene ad aver sempre presente e più spesso richiamare).

Nonostante il ruolo principale degli Ordini professionali sia controllare i professionisti a tutela del mercato, pensa che avrebbero potuto avere un ruolo diverso a tutela della professione?

L’Ordine ha come finalità principale quella di tutelare la committenza, in quanto la prestazione professionale incide spessissimo sugli interessi economici, sociali, personali e intimi delle persone, le quali non hanno sempre mezzi e conoscenze adeguate per valutare l’onestà professionale di coloro ai quali si affidano: per questo motivo esistono le regole deontologiche. Quindi il controllo sui professionisti è funzionale a garantire che chi fa parte, è iscritto ad un Albo, è certificato per affidare il committente rispetto ai suoi obbiettivi e, allo stesso modo il professionista, in quanto tale, deve perseguire gli interessi e gli obbiettivi del suo committente nel pieno rispetto delle Leggi e degli interessi generali del Paese.
Tutela quindi la professione in quanto il suo corretto esercizio risponde ad un interesse generale e diffuso oltre i meri interessi particolari.
Abbiamo visto che non sempre è stato così ma abbiamo anche visto che il sistema ordinistico, almeno quello degli Architetti, ha via via implementato una sorta di autoriforma assolvendo a compiti non istituzionalizzati, orientandosi sempre di più verso aspetti culturali e sociali che lo hanno reso partner della Pubblica Amministrazione in tante occasioni. Nel far questo si è in qualche modo anche legittimato a tutelare le modalità dell’esercizio professionale perché potesse rispondere agli obbiettivi generali che sono interessi costituzionalmente tutelati, oltre che interesse primario della nazione che è stata culla della cultura mondiale e che detiene il più grande patrimonio storico artistico, paesaggistico e architettonico del pianeta. Che ci sia finora riuscito è altro discorso.

In che modo gli Ordini incidono nelle scelte dei legislatori che riguardano i liberi professionisti?

Molto poco fino a qualche tempo fa. Ho già detto delle debolezze dimostrate di fronte ai provvedimenti Bersani e Monti. E sono poco incisivi perché non riescono adeguatamente a sistematizzare e concertare le loro azioni rispetto ai grandi temi comuni. Troppe gelosie e troppe prime donne nella difesa di interessi particolari. Per questo ritengo sia necessaria la ricostituzione organica del CUP basato su tre aree tematiche- quella tecnica, quella legale/amministrativa, quella sanitaria- ognuna delle quali guardi al suo specifico ma sappia agire insieme sui gradi temi di interesse comune, parlando una sola voce, anche aggregando le altre forze delle professioni quali le Casse, i Sindacati, gli organismi internazionali.

Quali risultati concreti sono stati raggiunti negli ultimi 10 anni dagli Ordini professionali?

Parliamo dell’ultimo quinquennio e specificatamente dal 2013 in poi. Da due o tre anni, l’azione risultata essere più incisiva, almeno nel settore dei Lavori Pubblici dove grazie all’interlocuzione con l’ANAC e al concerto con le altre professioni, giusto in questi giorni qualche successo possiamo annoverare.
Onestamente bisogna anche riconoscere che l’azione politica del CNAPPC sul tema del riuso e della rigenerazione, lentamente, ha introdotto un certo cambio di mentalità nelle politiche nazionali sul governo del territorio. Il tema del riuso e della rigenerazione fanno parte costante ormai dell’agenda politica. E’ un tema grande, per certi versi anche di difficile digestione per una certa parte del mondo imprenditoriale, che richiederà ancora molto tempo per dare risultati concreti in termini di recupero dell’appeal del nostro mestiere, ma che non servirà a rigenerare la professione se non si risolve il tema del riordino delle competenze professionali. Rischiamo che dei mille miliardi messi a disposizione dal Governo su questo tema, centrale per la manutenzione e lo sviluppo dell’Italia, la professione ne possa gestire non più del 5%.
Su altri fronti l’andare divisi non ci ha favorito. Penso all’ultimo caso delle norme sulla trasparenza e anticorruzione, applicate agli ordini senza alcuna modulazione rispetto ad Enti che gestiscono danaro pubblico, per le quali il CNAPPC si sarebbe limitato a inviare una lettera di protesa al Ministro se l’Ordine di Catania non avesse inviato una dura lettera a Freyrie chiedendo, e ottenendo, che si attivasse una (ovvia per altro) formale procedura di reclamo presso l’Autorità garante per la privacy.

Quale ruolo dovrebbero assumere gli Ordini professionali?

Credo che già, lo abbiano assunto, almeno nel caso degli Architetti: meno ( o meglio, più intelligente) difesa degli interessi corporativi e più visione strategica per il futuro del Paese. Poi devono aumentare la loro capacità di erogare servizi affinché i professionisti siano messi nelle migliori condizioni per esercitare il mestiere. Quindi una sorta di organo di autocertificazione di competenze, di consulenza per la P.A. di tutela degli interessi generali dei cittadini in merito al governo del territorio. Una specie di agenzia che sappia mixare, l’azione politica generale con gli interessi particolari della professione perché, rendendo migliore questa, si rende più facile e più gratificante il suo esercizio a chi lo fa con responsabilità, competenza e dedizione.

Crede sia necessario riformare il ruolo degli Ordini professionali e dei Consigli Nazionali?Se si, in che modo?

Mi pare di aver già risposto per gli ordini provinciali; Il Consiglio Nazionale dovrebbe assumere il ruolo di “esecutivo” di alta competenza rispetto alle decisioni politiche che il sistema degli ordini territoriali e la base degli iscritti –orizzontalmente- prendono in seno all’organo deputato che è la Conferenza degli Ordini, altrimenti inutile.

Nonostante il crollo dei fatturati, le principali cariche istituzionali dei Consigli Nazionali hanno registrato continui incrementi nei loro emolumenti. Come pensa sia stato possibile?

Non conosco il dato. Tuttavia mi interessa poco quanto sia l’eventuale compenso dei Consiglieri nazionali. E’ un ruolo che richiede un notevole investimento di tempo da sottrarre al mestiere di ciascuno .E’ quindi giusto che ciò riceva una compensazione. Quello che mi interessa è che questi soldi costituiscano un buon investimento e i Consiglieri svolgano, con competenza e dedizione, il ruolo a cui sono chiamati. Perché non è stato sempre così.

Nelle prossime settimane si rinnoverà il direttivo del CNAPPC, come giudica il sistema di elezione dei Consigli Nazionali?

E’ un sistema a suffragio universale, quindi ampiamente democratico e privo di barriere, almeno ufficialmente. In pratica, e non necessariamente ciò deve considerarsi negativo, esiste un filtro a maglie larghe sulle candidature -comunque sempre esprimibili- rappresentato dagli accordi programmatici tra le varie rappresentanze regionali, consulte e federazioni, che concentrano i voti degli ordini aderenti su liste ristrette, le quali condividono programmi.
Dico che non è necessariamente un male perché così, almeno in teoria, c’è la possibilità di dare sostegno a candidature di alto profilo e di avere programmi chiari ma, esattamente come avviene nella politica tradizionale, c’è sempre il rischio di ritrovarsi candidati e consiglieri che sono lì per accordi sui voti, per assurdi principi di “rotazione” (come se si potesse affidare la guida di un aereo a chiunque solo perché ci sta sopra), perché a qualcuno “tocca” foss’anche solo per motivi territoriali. Il sistema non garantisce la valorizzazione del merito e della competenza, affidata soltanto alla buona volontà e alla responsabilità di ciascun soggetto.

Quali obiettivi dovrebbe portare avanti il direttivo del CNAPPC che sarà in carica nel prossimo quinquennio?

Posso dire che gli obbiettivi sono già stati individuati da un poderoso lavoro di studio e concertazione fatto dai 105 ordini italiani in seno alle delegazione consultiva presso la Conferenza degli Ordini. Riguardano numerosi temi, dall’architettura istituzionale, ai temi del governo del territorio, da quelli del rapporto tra l’università e la professione –dei quali mi sono personalmente occupato- ai lavori pubblici e ai temi sul lavoro, internazionalizzazione ecc. Non a caso i programmi elettorali dei due principali gruppi che oggi si confrontano nell’ambito delle prossime elezioni sono in molte parti coerenti e sovrapponibili. Quello che è importante è che il sistema degli Ordini sia in grado, subito dopo le elezioni, di stabilire le priorità e che queste siano attivate , con tempi certi e azioni decise, dal nuovo Consiglio. Sul piano personale mi auguro che i temi relativi al recupero di quote di mercato e quello delle competenze, vista la disastrosa situazione della professione, siano tra i primi a essere sviluppati.

Ringrazio l'architetto Scannella per il prezioso contributo e lascio come sempre a voi ogni commento.

A cura di Ing. Gianluca Oreto



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