Concorso per 60 Funzionari Tecnici della Regione Siciliana, una selezione che dimentica formazione ed esperienza
di Gianluca Oreto - 26/06/2026

Lo stato di salute normativo del nostro Paese è, da tempo, tutt'altro che buono, e chi lavora ogni giorno a contatto con le norme tecniche se ne accorge prima e meglio di chiunque altro.
Mi capita spesso di ricorrere al paradosso di Zenone per raccontarlo, perché tra chi scrive le regole e la realtà che quelle regole dovrebbero governare si è ormai aperta una distanza che funziona come quella tra Achille e la tartaruga, con il legislatore che rincorre la vita reale e prova a colmare lo scarto con norme sempre più dettagliate, mentre nel frattempo le cose si sono già spostate un poco più avanti.
È per questo che immaginare di governare la complessità attraverso regole sempre più prescrittive finisce quasi sempre per rivelarsi un boomerang, perché più si pretende di prevedere ogni singola fattispecie più si moltiplicano rigidità e incertezze, fino al punto in cui la norma, nata per mettere ordine, si allontana proprio dalla realtà che avrebbe dovuto disciplinare.
Lo stesso meccanismo, a ben guardare, riguarda anche il modo in cui lo Stato sceglie i propri funzionari e i propri dirigenti tecnici. La selezione delle persone destinate a far funzionare la macchina amministrativa è un compito delicatissimo, e ho la sensazione che la politica abbia in larga parte smesso di saperlo svolgere. Lo si intuisce proprio dalla maniera in cui vengono costruiti i concorsi tecnici, ridotti sempre più spesso a una misurazione rapida e parziale, come se la competenza di un professionista potesse esaurirsi nel tempo di una manciata di domande a risposta multipla.
Su questo tema, che meriterebbe ben più di una semplice annotazione, faccio seguire qui di seguito una riflessione dell'arch. Carmelo Galati Tardanico che ha partecipato direttamente al concorso per soli esami della Regione Siciliana per la selezione di 60 funzionari tecnici, raccogliendo alcune considerazioni che è utile mettere a sistema.
Concorso per 60 Funzionari Tecnici della Regione Siciliana: una selezione che dimentica il valore della formazione e dell'esperienza
A cura dell'Arch. Carmelo Galati Tardanico
In questi giorni, a Palermo, migliaia di professionisti affrontano la prova del concorso pubblico bandito dalla Regione Siciliana per l'assunzione di 60 Funzionari Tecnici. Una selezione molto attesa, destinata a reclutare personale che dovrà operare in settori strategici come la pianificazione territoriale, la tutela ambientale, lo sviluppo del territorio e la gestione dei procedimenti tecnico-amministrativi. Eppure, leggendo attentamente il bando, emerge una scelta che merita una riflessione: il merito viene misurato esclusivamente attraverso una sola prova scritta, composta da quesiti a risposta multipla, senza alcuna valutazione del percorso professionale o dei titoli culturali dei candidati.
Il concorso è infatti "per esami" e la graduatoria finale sarà determinata unicamente dal punteggio conseguito nella prova scritta. Il bando non attribuisce alcun punteggio ai titoli di studio successivi alla laurea, ai master universitari, ai dottorati di ricerca, alle scuole di specializzazione, alle pubblicazioni scientifiche o all'esperienza professionale maturata presso enti pubblici. Le uniche valutazioni ulteriori riguardano le riserve di legge e i titoli di preferenza previsti dalla normativa, che operano soltanto in sede di graduatoria finale e non incidono sulla valutazione del merito.
La questione non riguarda la legittimità della procedura. La Regione Siciliana ha esercitato una facoltà prevista dalla normativa vigente, scegliendo un modello di selezione semplificato. Il problema è piuttosto chiedersi se questo modello sia davvero il più adatto per individuare i migliori tecnici destinati a ricoprire ruoli di elevata responsabilità.
Il Funzionario Tecnico non è un semplice impiegato amministrativo. È una figura che dovrà affrontare quotidianamente questioni complesse: pianificazione urbanistica, autorizzazioni ambientali, opere pubbliche, gestione del territorio, dissesto idrogeologico, fondi nazionali ed europei, procedimenti amministrativi e rapporti con enti locali e professionisti. Compiti che richiedono non soltanto conoscenze teoriche, ma anche esperienza, capacità di valutazione, competenze interdisciplinari e conoscenza concreta della macchina amministrativa.
È davvero sufficiente una prova a quiz per misurare tutto questo?
Sessanta domande possono certamente verificare il possesso di nozioni, ma difficilmente consentono di valutare la capacità di affrontare un procedimento amministrativo complesso, di interpretare correttamente una norma urbanistica, di redigere un parere tecnico o di risolvere problematiche che ogni giorno si presentano negli uffici della pubblica amministrazione.
Ancora più evidente appare il limite rappresentato dall'assenza di qualsiasi valorizzazione dell'esperienza professionale.
Tra i candidati architetti, ingegneri, geologi e pianificatori che da anni lavorano negli uffici tecnici dei Comuni, nei Liberi Consorzi, negli enti regionali, nelle amministrazioni statali o come professionisti impegnati nella progettazione e nella gestione di opere pubbliche. Professionisti che conoscono già il Codice dei contratti pubblici, il procedimento amministrativo, la pianificazione territoriale e le dinamiche della pubblica amministrazione.
Tutto questo patrimonio di esperienza, tuttavia, nel concorso non produce alcun vantaggio.
Lo stesso vale per chi ha investito nella formazione universitaria e post-universitaria. Master di secondo livello, dottorati di ricerca, corsi di alta formazione e scuole di specializzazione rappresentano percorsi costruiti con anni di studio, ricerca e aggiornamento professionale. Eppure, nella procedura concorsuale, non ricevono alcun riconoscimento.
Si crea così una situazione singolare: il candidato con decenni di esperienza professionale e/o nella pubblica amministrazione, progettista, direttore dei lavori, magari autore di pubblicazioni scientifiche o in possesso di master e/o dottorato di ricerca, viene valutato esattamente come un neolaureato. L'unico elemento decisivo diventa la prestazione resa in settanta minuti davanti a un tablet.
Naturalmente nessuno mette in discussione il principio del concorso pubblico, che rappresenta uno strumento fondamentale di imparzialità e trasparenza. Ma il concorso dovrebbe essere il luogo nel quale il merito viene valutato nella sua interezza, non ridotto esclusivamente alla capacità di rispondere correttamente a una serie di quiz.
Sorprende, inoltre, il sostanziale silenzio che ha accompagnato questa scelta. Gli Ordini professionali degli Architetti, degli Ingegneri, dei Geologi e delle altre professioni tecniche, pur rappresentando decine di migliaia di professionisti direttamente interessati da questo concorso, non risultano aver promosso un dibattito pubblico o un confronto istituzionale sulle modalità di selezione adottate. Sarebbe stato auspicabile un contributo su un tema che riguarda la valorizzazione della professionalità tecnica e il futuro della pubblica amministrazione siciliana.
Non si tratta di rivendicare privilegi o scorciatoie. Nessuno chiede che un titolo di studio o un'esperienza lavorativa sostituiscano una prova concorsuale. Si chiede, piuttosto, che questi elementi concorrano, insieme alla prova d'esame, alla definizione del merito, come avviene in molte altre procedure selettive.
La Regione Siciliana affronta oggi sfide enormi: la gestione dei fondi nazionali ed europei, la rigenerazione urbana, la tutela del territorio, la prevenzione del dissesto idrogeologico e la transizione ecologica. Per affrontarle servono funzionari preparati, ma anche professionisti che abbiano già dimostrato sul campo competenza, capacità e senso di responsabilità.
Forse è arrivato il momento di aprire una riflessione sul modello di reclutamento adottato. Perché il merito non è soltanto la fotografia di settanta minuti davanti a uno schermo. Il merito è anche ciò che una persona ha costruito negli anni attraverso lo studio, il lavoro, la formazione continua e l'esperienza.
Se davvero si vuole rafforzare la pubblica amministrazione siciliana, occorre selezionare non soltanto chi sa rispondere meglio a sessanta domande, ma chi possiede il bagaglio di competenze più completo per affrontare le sfide che attendono la Regione nei prossimi decenni.
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