NADEF: preoccupa il comparto delle costruzioni

di Edoardo Bianchi - 21/09/2023

Ci siamo, la prossima settimana la NADEF vedrà la luce ed in quella occasione sarà chiaro lo scenario di riferimento, per lo meno, nel breve periodo. Due fattori caratterizzeranno il contenuto della Nota di aggiornamento: le prospettive di crescita e di deficit che risultano, peraltro, intimamente legate tra di loro.

Andiamo con ordine, condividendo alcune macro-considerazioni strategiche di fondo.

La politica fiscale e di bilancio

Considerazione preliminare ad ogni altra valutazione, è che la politica fiscale e di bilancio del nostro Paese non è determinata dalla Europa ma dai mercati, e dipende principalmente dal nostro debito pubblico (€ 2.858 mld); occorre una traiettoria del debito pubblico discendente.

Per questo la necessità di tiraggio della manovra di bilancio non può essere in deficit (oltre quello programmato) perché i mercati/lo spread si farebbero sentire.

È bene ricordare che non solo pagheremo circa € 100 mld di interessi passivi sul debito sia nel 2023 che nel 2024 ma che ante Covid il nostro avanzo primario (esito bilancio al netto degli interessi passivi) era del 1,8 sul PIL ed oggi pur avendo un PIL superiore a quello del 2019 l’avanzo primario è solo dello 0,3%.

Conti in ordine

I conti devono essere in ordine per non spaventare gli investitori che debbono sottoscrivere il nostro debito pubblico ed eventuali extra margini, se esistenti, dovrebbero essere destinati agli investimenti e non alla spesa corrente.

L’opzione draghiana tra debito buono (finalizzato, cioè a preparare crescita sostenibile) e debito cattivo è quanto mai attuale. Le previsioni contenute nel DEF di aprile non sono più attuali perché vi è un sostanziale degrado delle condizioni economiche del Paese.

È innegabile che vi sia un arretramento dell’economia, uno stato della finanza pubblica meno buono del previsto ed una struttura dei tassi che inciderà più pesantemente sul bilancio dello Stato.

Vi sono alcuni segnali inconfondibili.

PIL in calo e crescita minore

Nel secondo trimestre il PIL registra un calo dello 0,4%, la produzione industriale 2023 rispetto al 2022 è calata dello 0,8%. Sono calati inoltre gli investimenti fissi lordi dello 1,8% (non riusciamo, cioè, a spendere le risorse), il clima di fiducia delle imprese è calato ed a luglio (dopo mesi di crescita) vi è stato un calo della occupazione.

Il DEF prevedeva un disavanzo nel 2023 del 4,5% e del 3,7% nel 2024.

Il DEF prevedeva una crescita del PIL nel 2023 del 1% e del 1,5% nel 2024.

Alcuni fattori sembrano ipotizzare una crescita minore, rispetto a quella prevista, che Bruxelles stima, ad esempio, dello 0,8% nel 2023 e dello 1% nel 2024.

A fronte di una minore crescita, può essere confermata la ipotizzata riduzione del debito?

È ancora in discussione la concessione, per tutta la UE di una golden rule su alcune spese di investimento, per lo meno quelle ritenute strategiche dalla Commissione Europea. Si tratterebbe di escludere gli investimenti stanziati per le opere infrastrutturali utili per tutta la Europa, delle spese militari, delle spese per la transizione green e quelle per la digitalizzazione. Tutto è ancora in alto mare.

Giova evidenziare che la crescita della economia già acquisita per il 2023 è comunque dello 0,7%.

Minor PIL non significa solo minori entrate ma, al contempo, anche un aumento di alcune voci di spesa, ad esempio, quella per i sussidi per la disoccupazione.

Il comparto dell'edilizia

In questo contesto generale merita una particolare attenzione il comparto dell’edilizia che aveva contribuito in maniera determinante alla recente crescita del PIL, i dati odierni del settore sono preoccupanti.

La CIGO (cassa integrazione ordinaria) in edilizia, rapportando luglio 22/luglio 23, è aumentata del 133% mentre quella dell’industria, per l’analogo periodo, ha registrato un aumento del 8,5%.

La CIGO in edilizia, rapportando il primo semestre 22 sul primo semestre 23, è aumentata del 19% mentre quella della industria, per l’analogo periodo, ha registrato un calo del 14%.

I dati relativi alla crescita del PIL risentono del fatto che si è progressivamente spostato in là nel tempo la allocazione e la spesa delle risorse, basta raffrontare le previsioni del DEF 2021 con quelle del DEF 2023.

La realizzazione dei lavori posticipata dal 2026 al 2029, passando dal fondo PNRR a quelli del Fondo Coesione e Sviluppo 20/27, determina uno slittamento del PIL.

È sempre utile rammentare che:

  • se spendessimo il 70% del PNRR nel 2023 avremmo una crescita del PIL + 0,6%
  • se spendessimo il 90% del PNRR nel 2024 avremmo una crescita del PIL + 1,3%
  • se spendessimo il 45% del PNRR nel 2023 avremmo una crescita del PIL + 0,3%
  • se spendessimo il 70% del PNRR nel 2024 avremmo una crescita del PIL + 0,5%

Il problema non è l’Europa, che potrà concederci il travaso dei lavori da un fondo ad un altro, ma sono le valutazioni dei mercati se la produzione non parte effettivamente.

Ed in tema di risorse è sempre più attuale il divario che vi è tra quelle disponibili (mai così cospicue) e quelle effettivamente spese.

Le risorse disponibili e quelle spese

Abbiamo risorse per oltre € 330 mld (PNRR € 191,5 mld + React Eu € 13 mld + Fondo Complementare € 30,6 mld + Fondo Coesione e Sviluppo 2014/2020 € 30 mld + Fondo Coesione e Sviluppo 2020/2027 € 75 mld).

La Corte dei conti ci dice, però, che abbiamo speso in termini di realizzazione solo il 12% delle risorse del PNRR, ma se depuriamo il dato dagli incentivi in automatico (superbonus, crediti di imposta 4.0…) allora scendiamo al 6% del totale.

Va bene l’utilizzo delle risorse dei Fondi Coesione e Sviluppo e del Fondo Complementare quale polmone finanziario per gli stralci dal PNRR, ma a condizione che gli interventi in sostituzione effettivamente partano e si aprano i cantieri.

Due considerazioni emergono inconfutabili dalla lettura dei dati della Corte dei conti:

  1. non siamo in ritardo solo sull’impiego delle risorse del PNRR ma anche su quelle del Fondo Complementare ed abbiamo tempo, grazie ad una deroga, fino a fine anno per spendere effettivamente quelle del Fondo Coesione e Sviluppo 2014/2020.
    Non è un problema di regole europee, più o memo stringenti, bensì siamo noi a non riuscire ad aprire i cantieri.
  2. anche sulle riforme siamo in ritardo, infatti abbiamo chiesto all’Europa una rimodulazione sui tempi della giustizia civile, sui tempi di pagamento della PA, sulla concorrenza, sugli alloggi universitari, sulla digitalizzazione degli appalti, sul recupero della evasione fiscale, sulla piccola edilizia ospedaliera.

Tutto quanto precede senza contare che, se tornassero in vigore le regole del vecchio Patto di stabilità, dovremmo ridurre il debito in eccesso di 1/20 ogni anno e nel caso di specie vorrebbe dire circa € 50 miliardi ogni anno.

Si ipotizza di portare il rapporto deficit/PIL dal 4,5% al 5,0% visto che nel 2023 non vi è il Patto di Stabilità, ma decisivo è rispettare il rapporto del 3,7% del 2024.

Come detto in premessa, il 27 settembre è oramai prossimo e si comprenderà su quali opzioni ha deciso prioritariamente di puntare il Governo.

Di certo merita una riflessione attenta l’indicatore delle costruzioni. Da sempre quando questo è positivo tutto il sistema produttivo, e quindi il PIL, vira sul bel tempo.

Comparto costruzioni decisivo sul PIL

Negli ultimi 2 anni il mondo delle costruzioni è risultato decisivo nell’aumento del PIL, il settore delle costruzioni, tra tutte le branche economiche, è quello che ha la maggiore interdipendenza, con gli altri settori produttivi, acquistando beni e servizi dall’88% dei settori economici.

L’edilizia è il vero motore della crescita, non servono invenzioni ma solo di ottimizzare e perfezionare le buone pratiche che hanno già dato ottima prova di sé in passato. Si continui, da una parte, nella razionalizzazione della spesa ma si consenta, dall’altra, al PIL di ridecollare.

Recitava un vecchio adagio che “quand le batiment va, tout va”…

A cura di Edoardo Bianchi
Imprenditore edile



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