Crediti fiscali trasferibili: perché è necessario rimetterli in campo

Un appello ad associazioni di categoria, professionisti e imprenditori per ribadire l'importanza dei crediti fiscali trasferibili come leva di politica economica e di crescita per il Paese

di Stefano Sylos Labini - 17/10/2025

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"Il concetto della navigazione mi è caro. Avremmo potuto usare un'imbarcazione a motore rifornito di superbonus a tutto spiano e saremmo andati molto veloci; avremmo potuto affidarci a una bella barca a vela ma di questi tempi, con i temporali che incombono forse non avrebbe garantito; abbiamo deciso di procedere con una barca a remi, si fa molta fatica però è anche green e credo che saremo tutti contenti".

Sono queste le sorprendenti dichiarazioni del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, intervenendo in replica al Senato sul Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) il 24 settembre scorso.

Superbonus e crediti fiscali: un motore potente fermato sul nascere

Dunque Giorgetti ha riconosciuto che i crediti fiscali trasferibili alla base del superbonus e di altri bonus edilizi sono uno strumento molto potente utile a dare una spinta poderosa agli investimenti, ma ha preferito toglierli di mezzo per riportarci alla crescita dello zero virgola.

Inoltre, il ministro ha fatto intuire che qualcosa stava bollendo in pentola: la proroga al 2026 della detrazione al 50% spalmata su 5 anni anziché in 10. È già un passo in avanti considerando il crollo delle ristrutturazioni edilizie del settore privato ma non basta: serve lo sconto in fattura con la cessione del credito e la misura deve essere strutturale su 5, ma ancora meglio su 10 anni.

Senza le opzioni alternative, l’agevolazione andrà a favorire soltanto chi ha i soldi in tasca da anticipare e la capienza fiscale per sfruttare le detrazioni.

Nessun divieto europeo ai crediti trasferibili

Allo stato attuale non c'è nessuna norma europea che vieti l'emissione dei crediti fiscali trasferibili; oltretutto, se questi crediti sono "non pagabili" – ossia non danno il diritto al rimborso cash ma possono essere usati solo in compensazione – avranno un impatto sul bilancio pubblico solo nel momento in cui vengono esercitati.

Ciò significa che non devono essere conteggiati come maggiore deficit al momento dell'emissione. Così è stabilito nel SEC2010, il regolamento sulla contabilità nei paesi dell'eurozona.

Le maggiori spese per la difesa, l'elevata spesa per interessi sul debito pubblico, gli alti costi dell'energia e i dazi che freneranno le esportazioni impongono nuove misure di politica economica: i crediti fiscali a libera circolazione sul mercato.

La proposta alternativa: conti ex post e crescita del PIL

Di fatto, la Moneta Fiscale potrà essere rilanciata solo se ci sarà una forte pressione delle categorie produttive – industria ed edilizia in primis – perché la tecnocrazia sta facendo muro mentre la classe politica non ha le competenze e il coraggio.

Il Presidente di Confindustria Orsini ha criticato la manovra del governo Meloni sottolineando che viene data troppa importanza ai conti pubblici, trascurando gli investimenti e la crescita dell’economia, per i quali servirebbero invece misure poderose e una visione industriale che possa rilanciarli.

La Banca d’Italia velatamente ha fatto capire di essere contraria alla proroga della detrazione al 50% dichiarando che “Sarebbe opportuno limitare gli incrementi di spesa o le riduzioni di entrate di natura temporanea: hanno effetti solo transitori sulla domanda, aumentano il livello del debito e risultano spesso difficili da rimuovere”.

Inoltre, Bankitalia sostiene che le coperture della manovra dovranno essere certe e strutturali: ciò significa che non è possibile fare delle manovre espansive, perché ad una maggiore spesa deve corrispondere una maggiore entrata.

Con i crediti fiscali trasferibili non servirebbe nessuna copertura preventiva: i conti si fanno ex post, confrontando da una parte la crescita del Pil e del gettito fiscale e dall’altro le minori entrate.

Se le prime due componenti fossero insufficienti a compensare le minori entrate, allora dovrebbe scattare una clausola di salvaguardia (minori spese / maggiori entrate) per evitare buchi di bilancio. Ciò avverrebbe soltanto in un momento successivo, permettendo di attuare una manovra nettamente espansiva. Quindi solo con la crescita dell’economia sarà possibile tenere i conti pubblici sotto controllo.

Crediti fiscali come leva di sviluppo e sostenibilità

Quando lo Stato non ha soldi in cassa, può finanziare l’economia attraverso l’emissione di crediti fiscali trasferibili: possiamo crearli noi senza chiedere nulla a nessuno.

Ovviamente bisogna mettere un tetto alle emissioni: per esempio 50 miliardi di euro l’anno che possono essere facilmente assorbiti, visto che le entrate totali dello Stato ammontano a circa 900 miliardi di euro all’anno.

In questo quadro andrebbero resi trasferibili i crediti d’imposta previsti per gli investimenti industriali, alla stregua di ciò che è stato fatto per il settore edilizio.

E potrebbero essere emessi crediti fiscali trasferibili per finanziare l’acquisto di beni e impianti a basso impatto ambientale. In questo modo, si potrebbe sfruttare lo sconto in fattura, che può funzionare se i crediti sono liberamente scambiabili sul mercato e possono essere monetizzati con un basso tasso di sconto finanziario.

Un appello per rimettere in campo la moneta fiscale

Per concludere, vorrei lanciare un appello per rimettere in campo i crediti fiscali trasferibili come strumento di finanziamento dell’economia: si tratta di un sistema pienamente legale all’interno dell’eurozona e che non ha affatto distrutto i conti pubblici.

Data l’inerzia dell’intera classe politica, dovrebbero muoversi le associazioni di categoria dell’edilizia, dell’industria, degli artigiani e del commercio insieme agli ordini professionali degli ingegneri, degli architetti e dei commercialisti: è questa l’unica strada per rilanciare la domanda interna e gli investimenti sul territorio nazionale.

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