Conclusioni: il piano attuativo e l’urbanistica milanese sotto i riflettori
La sentenza del TAR Lombardia interviene in un momento particolarmente acceso per l’urbanistica milanese, in cui il dibattito pubblico ruota attorno a un interrogativo sempre più scomodo: chi governa davvero la trasformazione della città? I piani urbanistici, le regole edilizie o una prassi sempre più flessibile e discrezionale?
Il caso di via Razza, finito all’attenzione del giudice amministrativo, non è solo una vicenda tecnica. È un tassello di un puzzle ben più ampio che, tra grattacieli autorizzati senza piano attuativo, deroghe alle distanze, SCIA correttive e quartieri in continua espansione verticale, solleva interrogativi sull’effettiva tenuta delle regole urbanistiche. E soprattutto sul ruolo delle amministrazioni locali nella gestione del potere conformativo.
Il TAR ha fornito una risposta chiara, ma che non risolve il nodo politico e culturale: l’assenza di una pianificazione attuativa, anche in presenza di edifici che superano i 25 metri, può essere legittima se l’area è già pienamente urbanizzata. Ma chi decide quando un quartiere è davvero “saturo”? E quali strumenti restano in mano ai cittadini che chiedono trasparenza e coerenza nell’uso del territorio?
In attesa che la giurisprudenza continui a tracciare confini più nitidi, il rischio è che, dietro l’etichetta della “discrezionalità amministrativa”, si celino scelte urbanistiche sempre più difficili da comprendere, se non da accettare. E che il confine tra legalità formale e legittimità sostanziale si faccia, anche in edilizia, sempre più sottile.