Questa estate ci ha consegnato una sensazione che ormai non possiamo più liquidare come eccezionale: il caldo è diventato una componente strutturale della vita urbana, rendendo praticamente impraticabili le aree dedicate alla pedonalizzazione tanto da valutare anche, in casi estremi, la sospensione delle ordinanze riguardanti la pedonalizzazione su aree temporanee, come il caso di Via Libertà a Palermo.
Isole di calore urbane: necessario riprogettare le città sempre più calde
Temperature molto elevate, notti tropicali, mari insolitamente caldi e ondate di calore sempre più persistenti hanno interessato città abituate a condizioni climatiche differenti. Ritengo che questo debba cambiare sempre più il nostro modo di progettare gli spazi urbani.
Quando parliamo di città del futuro, infatti, pensiamo spesso alla mobilità elettrica, agli edifici intelligenti, alle reti digitali e all’efficienza energetica.
Penso invece che dovremmo aggiungere una domanda molto più semplice: come faremo a rendere vivibile una città che sarà sempre più calda?
Verde urbano, ombra e acqua: le prime strategie contro il surriscaldamento
Una delle risposte passa certamente dal verde. Alberi, parchi, corridoi verdi, tetti e pareti vegetali contribuiscono all’ombreggiamento e all’evapotraspirazione, restituendo alla città una parte di quella capacità naturale di regolare la temperatura che la progressiva impermeabilizzazione del suolo ha ridotto.
Ma, a mio avviso, non è sufficiente piantare alberi. Dobbiamo intervenire anche su ciò che costruisce fisicamente la città: pavimentazioni, fasce filtro, aree di bioritenzione, bacini di detenzione, facciate, coperture e materiali.
Il problema è quello delle Urban Heat Islands (UHI), le isole di calore urbane. Asfalto, cemento e superfici impermeabili assorbono la radiazione solare durante il giorno e restituiscono calore anche dopo il tramonto.
A questo si aggiungono la geometria degli edifici, la riduzione della ventilazione, il traffico e il calore prodotto dagli stessi impianti di climatizzazione. Si crea così un paradosso: raffreddiamo gli edifici trasferendo parte del calore all’esterno, contribuendo a rendere sempre più caldo e invivibile l’ambiente urbano.
Cooling Bricks e raffrescamento evaporativo: come funzionano i materiali ceramici e dove utilizzarli
È proprio in questo scenario che ritengo interessante guardare alla ricerca sui Cooling Bricks, moduli e sistemi ceramici progettati per sfruttare il raffrescamento evaporativo.
Il principio è antico, ma la tecnologia con cui viene reinterpretato è decisamente contemporanea ed economicamente sostenibile.
La ceramica porosa può assorbire e trattenere acqua: quando questa evapora, sottrae calore alla superficie e all’aria circostante. Le nuove geometrie, realizzabili anche attraverso la manifattura additiva e la stampa 3D, consentono di aumentare la superficie di scambio, favorire il passaggio dell’aria e creare elementi capaci di svolgere contemporaneamente una funzione architettonica e bioclimatica.
La ricerca scientifica più recente sta studiando proprio materiali ceramici in grado di controllare l’umidità e mantenere più a lungo l’effetto evaporativo: in alcuni test sono state registrate riduzioni della temperatura superficiale di 2-3 °C, con effetti di raffrescamento mantenuti per diverse ore.
A temperatura ambiente, per far evaporare 1 kg di acqua servono circa 2,4 MJ di energia. Di conseguenza, anche una quantità relativamente piccola di acqua che evapora può sottrarre parecchio calore all’ambiente.
Non penso che il Cooling Brick debba essere considerato la soluzione al problema delle città calde. Sarebbe una semplificazione. Lo considero, piuttosto, un tassello di una nuova cultura progettuale nella quale ogni soluzione e ogni materiale deve essere valutato anche per la sua capacità di reagire al clima.
Le applicazioni che considero più interessanti sono le fermate autobus/tram, pensiline, cortili scolastici, piazze molto mineralizzate, cortili interni, porticati e facciate esposte a sud/ovest.
Pavimentazioni permeabili e superfici riflettenti per ridurre il calore urbano
Lo stesso principio può essere applicato alle pavimentazioni. Materiali permeabili, superfici con maggiore riflettanza solare, sistemi capaci di favorire l’infiltrazione e l’evaporazione dell’acqua possono contribuire a ridurre il calore accumulato.
Alcuni studi sperimentali hanno evidenziato come particolari pavimentazioni ceramiche permeabili possano produrre effetti di raffrescamento evaporativo e migliorare il comfort termico degli spazi esterni.
Direttiva Green: isole di calore e raffrescamento passivo entrano nella progettazione energetica
Ritengo significativo che questa impostazione stia entrando anche nel quadro normativo europeo. La Direttiva (UE) 2024/1275 sulla prestazione energetica degli edifici (c.d. Direttiva Green) richiama espressamente, tra gli elementi da considerare nelle metodologie di valutazione, l’effetto isola di calore urbana, il raffrescamento passivo, l’ombreggiamento, le condizioni climatiche locali e l’adattamento ai cambiamenti climatici.
È un passaggio culturale importante: il comfort termico non può più essere affidato esclusivamente agli impianti, deve essere progettato prima, attraverso l’orientamento degli edifici, la forma urbana, l’ombreggiamento, la ventilazione naturale, il verde e la scelta dei materiali.
Anche la normativa europea sui gas fluorurati va nella direzione di una progressiva riduzione dell’impatto climatico dei sistemi di refrigerazione e climatizzazione, introducendo divieti e restrizioni crescenti per determinate apparecchiature e refrigeranti ad alto potenziale di riscaldamento globale.
Raffrescamento passivo e climatizzazione: ridurre il fabbisogno prima degli impianti
Per questo penso che la vera sfida non sia costruire città nelle quali possiamo accendere più condizionatori, ma quelle dove abbiamo meno bisogno di accenderli.
Immagino quindi una città nella quale un marciapiede e una pavimentazione possano drenare l’acqua e contribuire al raffrescamento, una facciata possa ombreggiare e disperdere meno calore, un tetto possa riflettere la radiazione solare o ospitare vegetazione, un sistema di raccolta possa recuperare l’acqua piovana e alimentare dispositivi evaporativi e, soprattutto, alberi e materiali possano lavorare insieme.
Questa, a mio avviso, è la direzione più interessante dell’urbanistica dei prossimi anni: non combattere il clima con più energia, ma progettare la città perché abbia bisogno di meno energia per adattarsi al clima.
La città resiliente al caldo si progetta con materiali, verde e gestione dell’acqua
Le città del futuro, dunque, non saranno semplicemente più tecnologiche. Dovranno essere più intelligenti nella scelta dei materiali, più permeabili, più ombreggiate, più verdi e capaci di utilizzare acqua, sole, vento e proprietà fisiche dei materiali come vere e proprie infrastrutture climatiche.
Dunque, il vero salto di qualità sarà proprio questo: smettere di considerare il caldo come un problema da correggere dopo aver costruito una città e iniziare a considerarlo come un parametro fondamentale del progetto.
Perché la città resiliente al clima non sarà quella che riuscirà a sopportare temperature sempre più alte: sarà quella che avremo progettato, finalmente, per non diventare più calda di quanto debba essere.