Material Passport: perché le città dovrebbero conoscere il valore dei materiali che possiedono

Da Palermo una riflessione sul patrimonio costruito come banca di materiali: edifici e infrastrutture da mappare per programmare meglio manutenzione, sicurezza, recupero e riutilizzo.

di Salvatore Volo - 29/09/2026

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Quando parliamo di economia circolare nel settore delle costruzioni, siamo abituati a pensare soprattutto a ciò che accade dopo una demolizione: il materiale viene selezionato, recuperato, trasformato e, quando possibile, reimmesso nel ciclo produttivo.

Ma esiste una domanda che dovremmo porci molto prima: sappiamo davvero quali materiali sono già presenti negli edifici e nelle infrastrutture che abbiamo costruito?

È da questa domanda che nasce un concetto destinato a diventare sempre più importante nel futuro dell'ingegneria: il “Material Passport”, il passaporto dei materiali.

Material Passport: sapere quali materiali contiene un edificio

Non si tratta di un documento burocratico in più, ma di un sistema informativo capace di raccogliere e conservare dati relativi ai materiali contenuti in un edificio o in un'opera: tipologia, quantità, caratteristiche, provenienza, possibilità di recupero e, quando disponibili, informazioni utili alla loro futura gestione. La ricerca scientifica più recente considera proprio la disponibilità e la qualità dei dati uno degli ostacoli principali alla diffusione dell'economia circolare nel settore delle costruzioni.

Il principio è semplice: ciò che oggi chiamiamo "rifiuto da costruzione o demolizione" potrebbe, in determinate condizioni, essere una risorsa che semplicemente non siamo più in grado di identificare.

Dal fresato stradale all’End of Waste: quando il rifiuto torna risorsa

Chi lavora nel settore delle pavimentazioni stradali conosce bene questo passaggio. Anni fa la mia tesi di dottorato all'Università di Palermo era dedicata alle tecniche di riciclaggio del fresato stradale, allora trattato quasi soltanto come un rifiuto da smaltire. Oggi quel materiale ha lo statuto di prodotto: con il D.M. 69/2018, il conglomerato bituminoso proveniente da fresatura o demolizione delle pavimentazioni, dopo le operazioni di recupero, cessa di essere rifiuto e diventa "granulato di conglomerato bituminoso".

Non è cambiato il materiale, è cambiata la nostra capacità di riconoscerlo e certificarlo. È una questione soprattutto di conoscenza.

Non a caso il regolamento End of Waste (D.M. 69/2018) fa riferimento al "cantiere di provenienza" nell'anagrafica del produttore: è già, in embrione, un passaporto del materiale.

Edifici come banche di materiali: tra sicurezza, recupero e riutilizzo

Immaginiamo un edificio pubblico costruito decenni fa. Nel momento in cui dovesse essere ristrutturato o dismesso, una parte delle informazioni originarie potrebbe non essere immediatamente disponibile. Conoscere in anticipo la composizione dell'edificio, la quantità e la posizione dei materiali potrebbe invece consentire di programmare diversamente le operazioni, favorendo quando tecnicamente possibile il recupero e il riutilizzo.

Il passaggio culturale è importante: non dovremmo più considerare l'edificio soltanto come qualcosa che possiede un valore immobiliare, strutturale o funzionale. Dovremmo cominciare a considerarlo anche come una banca di materiali.

Non significa naturalmente che ogni materiale possa essere recuperato o che ogni componente possa essere riutilizzato. Sicurezza, prestazioni, contaminazione, conformità normativa, costi di separazione e condizioni del materiale rimangono elementi decisivi. Proprio per questo servono dati affidabili e sistemi di classificazione condivisi.

Lo so per esperienza diretta. Nella progettazione della demolizione con bonifica amianto delle baraccopoli di Messina, un caso unico e raro, la prima incognita non era quanto materiale recuperare, ma che cosa contenessero quei manufatti. Un inventario dei materiali è anche un documento di sicurezza. Sapere prima dove si trovano amianto, fibre artificiali, etc significa un piano di sicurezza più preciso, meno varianti in corso d'opera e un iter autorizzativo più governabile.

Material Passport e BIM: dalla ricerca alla gestione digitale del patrimonio

Il concetto è stato sviluppato soprattutto nel progetto europeo BAMB - Buildings As Material Banks, finanziato da Horizon 2020 con circa 9,9 milioni di euro tra il 2015 e il 2019, e nei Paesi Bassi con la piattaforma Madaster, che genera automaticamente il passaporto dei materiali a partire da un modello BIM in formato IFC. In Italia due ricercatori hanno pubblicato sul Journal of Cleaner Production un'analisi che evidenzia il potenziale dello strumento, soprattutto se integrato con BIM, blockchain e intelligenza artificiale.

Ed è qui che la questione diventa interessante anche per le opere pubbliche: perché non immaginare, almeno come sperimentazione, che un'amministrazione possa costruire progressivamente un catasto digitale dei materiali degli edifici pubblici?

Scuole, uffici, impianti sportivi, immobili comunali e altre infrastrutture potrebbero essere progressivamente mappati, associando alle informazioni geometriche e manutentive anche quelle relative ai materiali presenti.

Una futura ristrutturazione non partirebbe quindi da una fotografia incompleta dell'edificio, ma da una conoscenza più approfondita di ciò che esso contiene.

CAM Edilizia e CAM Strade: la conoscenza dei materiali entra nella progettazione

Dal 2 febbraio 2026 i CAM Edilizia (D.M. 24/11/2025) impongono già a ogni progetto pubblico un piano di decostruzione a fine vita con il 70% in peso dei componenti avviabile a recupero: è in pratica un inventario dei materiali. La stessa logica potrebbe essere applicata, con modalità differenti, alle infrastrutture stradali. Anche una strada possiede una storia materiale: strati, conglomerati, sottofondi, interventi successivi. Conoscere questa stratificazione significa poter migliorare la programmazione della manutenzione e, quando tecnicamente possibile, del recupero.

Per le strade è già norma: i CAM Strade (D.M. 5 agosto 2024) richiedono nei risanamenti profondi almeno il 70% in volume di materiali recuperati dal corpo stradale stesso. Ma per riciclare in sito bisogna sapere cosa c'è sotto. Il “passaporto della strada” potrebbe partire da ciò che le amministrazioni già possiedono — catasto stradale, carotaggi, indagini georadar — materiale che spesso esiste ma non è mai stato aggregato.

Da Palermo una proposta: costruire un catasto digitale dei materiali

La città diventerebbe così una sorta di miniera urbana, non nel senso di una fonte inesauribile di materiali, ma come patrimonio fisico già esistente che può essere conosciuto, monitorato e valorizzato.

Il vero salto di paradigma sarebbe dunque passare dalla domanda "quanto materiale nuovo dobbiamo acquistare?" alla domanda "quali risorse abbiamo già a disposizione e come possiamo utilizzarle correttamente?".

Non è un'idea fantascientifica. La letteratura scientifica degli ultimi anni ha già sperimentato Material Passport applicati a edifici esistenti, anche attraverso rilievi, modelli BIM e valutazioni della quantità e del potenziale di recupero dei materiali.

Naturalmente la Sicilia non potrebbe semplicemente importare un modello elaborato altrove. Occorrerebbe costruire un sistema compatibile con le caratteristiche del patrimonio edilizio locale, con le banche dati esistenti, con la normativa e con le procedure delle amministrazioni, ma proprio per questo potrebbe essere interessante iniziare da un progetto pilota.

Un numero limitato di edifici pubblici, un rilievo accurato, una banca dati dei materiali, una valutazione del loro possibile destino alla fine della vita utile dell'edificio: sarebbe un modo concreto per trasformare l'economia circolare da principio generale a strumento di progettazione.

Perché forse il futuro sostenibile delle nostre città non consiste soltanto nel costruire edifici più efficienti, consiste anche nel sapere esattamente che cosa abbiamo già costruito.

E soprattutto nel non aspettare il momento della demolizione per scoprire che dentro le nostre città esistevano già risorse che avremmo potuto recuperare.

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