Modello FEM e verifiche sismiche: gli errori più frequenti nella progettazione strutturale

Dalla definizione delle masse alla gestione dei piani rigidi, molti risultati incoerenti nascono da errori di modellazione più che dal calcolo stesso. Un approccio corretto al modello FEM consente verifiche più affidabili e una migliore interpretazione del comportamento strutturale

di Gennj Venturini - 03/06/2026
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Il modello non mente. Ma può ingannare.

Non è colpa del software: gli errori di modellazione che vediamo più spesso

Con l'entrata in vigore delle NTC 2018 e della relativa Circolare esplicativa del 2019, il modello agli elementi finiti ha assunto un ruolo sempre più centrale nella progettazione strutturale. Non è più uno strumento di verifica a posteriori, ma il cuore del processo progettuale: è sul modello che si costruisce la risposta sismica, si dimensionano le sezioni, si definisce il comportamento globale dell'edificio.

La frase che mi ritrovo a ripetere più spesso è: “semplificare, semplificare, semplificare”.

Il modello FEM non deve essere un rendering tridimensionale dell'edificio. Deve essere una rappresentazione semplificata della realtà, costruita intorno alle ipotesi che facciamo in sede di modellazione.

Un esercizio utile, prima di costruire qualsiasi modello, è chiedersi: come affronterei questo problema a mano? Non perché il calcolo manuale sia praticabile (ovviamente non lo è sempre) ma perché quel ragionamento costringe a esplicitare le ipotesi prima di affidarle all'elaboratore. Come schematizzerei i vincoli? Quali carichi includerei? Quali effetti trascurerei?

VNon è colpa del software: gli errori di modellazione che vediamo più spesso- 2SI

E proprio perché è una semplificazione, è piena di ipotesi, ipotesi che spettano al progettista, non al software.

Pensiamo a quante ne facciamo, spesso senza nemmeno rendercene conto. La scelta tra analisi lineare e non lineare: le analisi lineari sono accettabili solo entro certi limiti di comportamento strutturale, allo stesso modo le analisi non lineari a telaio equivalente danno risultati affidabili solo per alcune tipologie di strutture.

L'ipotesi di conservazione delle sezioni piane, fondamentale nella teoria delle travi di Eulero-Bernoulli, che si applica bene agli elementi snelli ma può diventare una forzatura per elementi tozzi o per sezioni aperte con significativi effetti di ingobbamento.

La trascurabilità degli effetti del secondo ordine (le famose analisi P-Δ) che in strutture snelle o sotto carichi elevati non sono affatto trascurabili, e ignorarle significa sottostimare sistematicamente le sollecitazioni negli elementi compressi.

L'ipotesi di materiale omogeneo e isotropo, che per il calcestruzzo armato è già una semplificazione, e per le pareti in legno può diventare una forzatura significativa.

Nessuna di queste ipotesi è sbagliata in assoluto. Alcune sono consolidate e ampiamente validate. Ma tutte sono scelte del progettista, e come tali richiedono consapevolezza.

Lo stesso vale per la scelta del software. Anche qui mi trovo spesso a usare un'analogia: i software di calcolo strutturale sono come le automobili. Non userei un fuoristrada da competizione per andare in un centro storico con le viuzze strette, e non affronterei la Parigi-Dakar con una city car. Ogni strumento è progettato per un contesto, ha punti di forza e limiti, e usarlo al di fuori del suo campo ottimale significa sprecare risorse o, peggio, produrre risultati inaffidabili. Per ogni progetto va identificato lo strumento più adatto: non il più potente, non il più conosciuto, non il più economico.

Il più adatto.

Con questa premessa in testa, vediamo dove si annidano gli errori più frequenti.

Modellazione dei vincoli: i nodi dimenticati

I vincoli sono forse la fonte più insidiosa di errori, proprio perché i loro effetti sono spesso invisibili alla prima occhiata. Un nodo non collegato, uno svincolo dimenticato in una trave, una fondazione non assegnata: ognuno di questi piccoli dettagli può alterare profondamente la distribuzione delle rigidezze, i periodi propri e, di conseguenza, l'intera risposta sismica della struttura.

Il caso che mi è rimasto più impresso riguarda un edificio in cui la rigidezza alla Winkler era stata assegnata solo a metà del sistema di fondazione. La metà senza vincolo elastico si "appendeva" all'altra attraverso le travi, falsando completamente la deformata del piano fondazione e quindi la distribuzione delle azioni sismiche sui pilastri. I risultati erano apparentemente plausibili non comparivano messaggi di errore, ma le anomalie erano visibili solo controllando la mappa delle pressioni sul terreno o la deformata amplificata. Mi è capitato di vedere anche modelli in cui alcune travi in copertura erano state erroneamente classificate come elementi di fondazione: il risultato era che la struttura si "appendeva" al tetto invece di scaricare a terra, con una distribuzione delle azioni verticali completamente falsata e agevolmente individuabile controllando il risultato delle pressioni sul terreno.

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Un errore simile, ma speculare, si ha quando si irrigidisce eccessivamente la fondazione: assegnare incastri perfetti su plinti isolati molto deformabili può portare alla alterazione del periodo fondamentale della struttura e con esso il taglio alla base e la distribuzione delle forze sismiche ai piani.

La raccomandazione è semplice ma va ricordata: il modello dei vincoli deve riflettere le condizioni di vincolo reali, non quelle più comode da inserire. Quando l'interazione terreno-struttura è significativa (e le NTC §7.2.6 chiariscono quando lo è), va modellata esplicitamente.

Diaframmi rigidi: una semplificazione spesso eccessiva

L'ipotesi di diaframma infinitamente rigido è una delle più utilizzate nella modellazione strutturale, e una delle più fraintese. Rappresenta una condizione al contorno potente (riduce i gradi di libertà, semplifica il modello, accelera i calcoli) ma è applicabile solo quando il solaio ha una rigidezza nel proprio piano sufficientemente elevata rispetto alle strutture verticali.

Nella pratica, questa condizione non è sempre soddisfatta. Coperture leggere con travetti e tavelloni, solai in legno con tavolato singolo, strutture con grandi aperture o con piante fortemente irregolari: in tutti questi casi, l'ipotesi di diaframma rigido introduce un irrigidimento artificiale che modifica la distribuzione delle azioni sismiche tra gli elementi verticali. La torsione strutturale, in particolare, viene sistematicamente sottostimata.

Il problema è ancora più critico nel patrimonio edilizio esistente, dove i solai sono spesso deformabili per costruzione. Un solaio voltato, una soletta in laterocemento senza connettori adeguati, una copertura a falde con struttura lignea: trattarli come diaframmi rigidi significa snaturare completamente la risposta sismica dell'edificio.

In PRO_SAP, per esempio, l'ipotesi di piano infinitamente rigido non è mai applicata in modo automatico e indiscriminato: i solai vengono modellati con elementi finiti di tipo membrana, con materiale e spessore personalizzabili, avvicinandosi molto al comportamento reale. Una condizione fondamentale, però, è che gli elementi solaio tocchino effettivamente tutti i nodi del perimetro della struttura: solo così il piano rigido può svolgere la sua funzione di vincolo e redistribuzione.

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Masse sismiche: quello che manca non si vede

Le masse sismiche sono il punto di ingresso delle azioni nel modello dinamico. Un errore nelle masse significa un errore nel taglio alla base, nei periodi propri, nell'intera risposta in accelerazione.

Il caso che ricorre più spesso in assistenza tecnica è quello dei solai inseriti in un secondo tempo nel processo di modellazione. Si costruisce il telaio, si eseguono le prime analisi di verifica del modello, poi si aggiungono i solai (ma si dimentica di inserire i casi di carico corrispondenti). Il modello si avvia senza messaggi di errore, ma le masse risultano incomplete. Un controllo degli sforzi normali ai pilastri (confrontando i valori del modello con una stima di larga massima) può far emergere l'anomalia.

Il peso delle tamponature è spesso trascurato o sottovalutato. In strutture con tamponature pesanti (murature in laterizio di spessore significativo) la loro massa contribuisce in modo determinante alla risposta dinamica. Ignorarle o rappresentarle con valori ridotti è un errore che si riflette direttamente sui periodi propri e sulla domanda sismica.

Un modello con masse sbagliate può restituire risultati apparentemente plausibili ma fisicamente non attendibili. Il controllo dei carichi deve essere sistematico: graficamente, attraverso la visualizzazione dell'assegnazione dei carichi, e analiticamente, verificando la coerenza tra gli sforzi normali nel modello e le stime manuali.

Combinazioni di carico: il rischio degli automatismi

I software moderni generano automaticamente le combinazioni di carico secondo le prescrizioni normative. È un ausilio prezioso, che riduce gli errori manuali e garantisce la copertura completa dei casi previsti. Ma l'automazione può diventare una trappola se non si capisce cosa c'è dietro.

Un errore che si vede con una certa frequenza è il seguente: si generano le combinazioni all'inizio dell'analisi, si aggiungono nuovi casi di carico in corso d'opera e si riesegue il calcolo senza rigenerare le combinazioni. Il risultato è che le nuove azioni non entrano nelle combinazioni di verifica, pur essendo presenti nel modello. Le verifiche risultano formalmente complete ma sostanzialmente incomplete.

La regola operativa è semplice: ogni volta che si modificano i casi di carico, le combinazioni vanno eliminate e rigenerate. Non aggiornate, non integrate manualmente: eliminate e rigenerate.

Interpretazione dei risultati: il vero lavoro del progettista

Un risultato numericamente preciso non è necessariamente ingegneristicamente corretto. Questa affermazione, che può sembrare paradossale, descrive in realtà una delle sfide principali della progettazione strutturale moderna: il software produce una quantità enorme di dati, ma il valore di quei dati dipende interamente dalla capacità del progettista di interpretarli criticamente.

Ci sono controlli che ogni analisi sismica dovrebbe includere sistematicamente, prima di passare alle verifiche degli elementi strutturali.

Il primo è la massa partecipante: per ogni direzione di analisi, i modi considerati devono coprire almeno l'85% della massa totale, oppure vanno aumentati i modi di vibrare.

Il secondo controllo riguarda i periodi propri. Una stima di primo tentativo del periodo fondamentale (ad esempio T₁ ≈ C·H^0,75 per edifici intelaiati) non è un valore progettuale, ma un riferimento di ordine di grandezza. Se il periodo del modello si discosta significativamente da questa stima, occorre capire perché: potrebbe essere un effetto atteso della geometria, oppure il segnale di un errore di modellazione.

Il terzo controllo è quello delle reazioni vincolari: la somma delle reazioni verticali deve bilanciare i carichi applicati.

Ma c'è un errore più subdolo, che mi capita di vedere con una certa frequenza e che le reazioni vincolari rendono immediatamente evidente: nodi in elevazione (quindi nodi che non hanno nulla a che fare con il terreno) a cui sono stati assegnati vincoli esterni. La causa è quasi sempre una confusione concettuale tra due entità che nella terminologia strutturale portano lo stesso nome: la cerniera interna, che è uno svincolo tra elementi contigui e non produce reazioni vincolari, e la cerniera esterna, che è un vincolo rispetto al suolo e produce eccome una reazione. Stessa parola, significato radicalmente diverso.

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Il risultato pratico è che se assegno vincoli esterni a nodi in copertura, la struttura risulta vincolata al tetto invece che alla fondazione (o in aggiunta ad essa) con distribuzioni delle azioni che non hanno alcun senso fisico. Il software non ha modo di sapere che quei vincoli sono sbagliati: esegue il calcolo in modo impeccabile su un modello strutturalmente assurdo. Solo il controllo delle reazioni vincolari (verificando che compaiano esclusivamente ai nodi di fondazione e che la loro somma torni con i carichi applicati) consente di intercettare questo tipo di errore prima che si propaghi alle verifiche.

Infine, la congruenza delle deformazioni, e questo vale sia per le deformate modali che per quelle sotto carichi statici.

Partiamo dalle deformate sotto azioni gravitazionali e sismiche: devono essere qualitativamente verosimili. Non servono calcoli sofisticati per accorgersi che qualcosa non va: spostamenti abnormi in una trave, cedimenti verticali eccessivi su un pilastro (che potrebbe non essere connesso alla mesh della platea), traslazioni orizzontali sproporzionate sotto azioni orizzontali moderate sono tutti segnali che il modello ha qualcosa che non torna. L'occhio del progettista esperto dovrebbe fermarsi su queste anomalie prima ancora di leggere un numero.

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Un controllo che consiglio sempre, e che costa pochissimo tempo, è quello delle pressioni di contatto degli elementi di fondazione. Una distribuzione anomala (picchi isolati, elementi con pressione nulla, inversioni di segno inaspettate) quasi sempre rivela un errore di assegnazione delle proprietà. Il controllo grafico della mappa delle pressioni sul terreno è un passaggio che non andrebbe mai saltato.

Per le deformate modali, il ragionamento è analogo. La prima forma modale di un edificio regolare deve assomigliare alla deformata di una mensola incastrata alla base: spostamenti nulli alla fondazione, crescenti con continuità verso l'alto, senza discontinuità anomale tra i piani. Una deformata modale contorta, con inversioni di segno tra piani adiacenti o con nodi che si muovono in direzione opposta al resto della struttura, è quasi sempre il segnale di un errore di modellazione: un vincolo errato, una rigidezza incongruente, un elemento disconnesso.

Il ruolo del software: controllo, non solo calcolo

I software di calcolo strutturale moderni non sono più (o non dovrebbero essere più) semplici solutori agli elementi finiti. Devono accompagnare il progettista lungo tutto il processo: dall'impostazione del modello alla lettura dei risultati, passando per il controllo della coerenza delle ipotesi e l'individuazione delle anomalie.

In 2S.I. lavoriamo da anni su questo aspetto con PRO_SAP, il nostro software di calcolo strutturale. Alcune delle funzionalità che riteniamo più utili non riguardano la potenza del solutore, ma la capacità di supportare il progettista nel controllo del modello: il check automatico che segnala elementi sovrapposti, masse nulle o elementi con nodi intermedi; la visualizzazione grafica dell'assegnazione dei carichi, che consente di identificare a colpo d'occhio gli elementi senza carico in un modello complesso; il controllo delle masse partecipanti; la gestione automatica delle combinazioni.

Il fatto che molti degli errori descritti in questo articolo continuino a presentarsi nella pratica quotidiana suggerisce che la fase di verifica del modello (distinta dalla fase di analisi e di verifica delle sezioni) merita più attenzione di quanta ne riceva abitualmente.

Conclusione

La qualità delle verifiche sismiche dipende sempre più dalla qualità del modello strutturale. Le NTC 2018 hanno elevato gli standard richiesti, ma la normativa può definire cosa verificare, non come costruire un modello affidabile. Questo rimane compito del progettista.

Il dato numerico prodotto dal software è il punto di arrivo di una catena di decisioni: geometria, vincoli, materiali, carichi, combinazioni, ipotesi di modellazione. Ogni anello debole di questa catena si riflette sul risultato finale, spesso in modo non immediatamente visibile. La competenza tecnica non consiste nel saper usare il software, ma nel saper interpretare criticamente quello che il software produce.

Gli errori descritti in questo articolo non sono errori di inesperienza. Sono errori di processo, di abitudine, di fiducia eccessiva negli automatismi. L'antidoto è sempre lo stesso: controllare, verificare, confrontare con il buon senso ingegneristico.

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