Il vero nodo resta la dimensione economica dell’intervento
Fin qui il decreto mostra una struttura normativa molto ampia, costruita su semplificazioni procedurali, strumenti commissariali, fondi dedicati e partenariati pubblico-privati. È però sul piano economico che iniziano ad emergere le questioni più delicate.
L’art. 2 autorizza infatti una spesa complessiva pari a 970 milioni di euro fino al 2030 per il programma straordinario nazionale di recupero e manutenzione del patrimonio ERP e sociale. Il decreto non si esaurisce in questa cifra, perché richiama anche ulteriori strumenti finanziari, come il Fondo sociale per il clima, il Fondo housing coesione e la possibile partecipazione di Regioni, Province autonome e amministrazioni centrali. Resta però evidente che la dimensione finanziaria immediatamente quantificabile appare molto distante dall’ampiezza degli obiettivi dichiarati.
Ed è proprio qui che emerge la principale criticità del provvedimento. Interventi di recupero ERP, edilizia sociale, riconversione del patrimonio pubblico inutilizzato, rigenerazione urbana, adeguamento energetico, urbanizzazioni, infrastrutture e housing a prezzi calmierati richiedono risorse elevate, continuità finanziaria e una programmazione almeno decennale, se non ventennale. Da questo punto di vista l’orizzonte al 2030 appare estremamente ravvicinato rispetto ai tempi necessari per pianificare, autorizzare, finanziare e realizzare interventi di questa complessità.
Anche provando a leggere il dato in termini puramente teorici, la dimensione economica dell’intervento continua a sollevare più di una perplessità. Se infatti si dividesse la dotazione da 970 milioni prevista fino al 2030 per i circa 7.900 Comuni italiani, si arriverebbe ad una disponibilità teorica di poco più di 24 mila euro all’anno per ciascun Comune.
Naturalmente il decreto non prevede alcuna ripartizione di questo tipo e gli interventi saranno inevitabilmente concentrati su specifici programmi e operazioni di recupero. Tuttavia il semplice ordine di grandezza aiuta a comprendere quanto il tema delle risorse resti centrale rispetto agli obiettivi dichiarati dal Piano Casa.
Perché cifre di questo livello, nel mercato edilizio attuale, rischiano realisticamente di coprire interventi molto limitati di manutenzione e recupero, certamente non programmi strutturali di rigenerazione urbana o un incremento realmente percepibile dell’offerta abitativa sociale.