Quando il pane non basta
«Non di solo pane vivrà l’uomo». Con queste parole — tratte dall’Antico Testamento (Deuteronomio) e riprese nei Vangeli di Matteo e Luca — Gesù risponde alla tentazione del diavolo di trasformare le pietre in pane dopo quaranta giorni di digiuno nel deserto. Una frase che tutti abbiamo sentito, spesso senza conoscerne l’origine e, ancor più spesso, citata al presente (“vive”), come se riguardasse solo l’urgenza dei bisogni immediati e non la dimensione sistemica che sostiene davvero la qualità della vita.
Il messaggio, invece, è tutt’altro: non limita il futuro dell’uomo, ma lo richiama alla sua essenza, invitandolo a vivere il presente con uno sguardo attento sul domani.
La frase prosegue: «[…] ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio», ricordando che la vita non si fonda solo su ciò che nutre il corpo, ma su ciò che dà forma all’esistenza: senso, relazioni, responsabilità, direzione.
Oggi, credenti o meno, dovremmo riscoprire la forza di quelle parole. Gesù affronta la fame e la solitudine del deserto senza cedere alle facili tentazioni, consapevole delle insidie che gli si presentano.
Anche noi viviamo in un paesaggio che appare sempre più arido: una nebbia sottile avvolge persino i luoghi più rigogliosi, rendendo sterile ciò che dovrebbe essere fertile e offuscando la nostra capacità di riconoscere la direzione, il senso delle scelte e la responsabilità che ci compete.
È in questo scenario che il richiamo evangelico torna attuale: non basta il pane, non bastano le risorse. Serve una visione capace di orientare il cammino, soprattutto quando tutto intorno sembra deserto.
Tra abbondanza e smarrimento: la sfida del PNRR
Il nostro tempo postpandemico si colloca esattamente dentro questo scenario: un’epoca chiamata a ricostruire risorse economiche depauperate e, troppo spesso, disperse senza una reale strategia. Da qui l’avvio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), parte del dispositivo europeo Recovery and Resilience Facility – NextGenerationEU, pensato per colmare un vuoto materiale che, da solo, non può garantire una ripresa solida delle strutture pubbliche, dei servizi essenziali e della capacità dello Stato di programmare investimenti, manutenzioni e welfare.
I dati della Commissione Europea mostrano con chiarezza la portata dell’intervento: Italia 191,5 miliardi di euro, Spagna 140 miliardi, Francia 39,4 miliardi, Germania 28 miliardi. Una distribuzione che riflette la profondità delle fragilità accumulate nel nostro Paese.
Una quota rilevante di queste risorse non è un trasferimento gratuito. Per l’Italia, 68,9 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto, mentre 122,6 miliardi sono prestiti da restituire: impegni finanziari che, come ogni debito pubblico, ricadranno nel tempo sulla collettività, incidendo sulla capacità dello Stato di sostenere i servizi pubblici, programmare investimenti, garantire manutenzioni ordinarie e straordinarie, finanziare il welfare e assicurare quelle funzioni essenziali che tengono insieme la vita civile.
Per questo, nessun piano di ripresa può reggersi soltanto sul “pane”, sulla semplice disponibilità di fondi, se non è accompagnato da una visione e da una responsabilità condivisa.
Eppure, osservando la gestione concreta di queste risorse, si ha l’impressione che siano state trattate come “mangime per polli”: distribuite a pioggia, senza un disegno complessivo, senza una gerarchia di priorità, senza quella selettività che distingue un investimento dalla dispersione. Una distribuzione che, più in Italia che altrove, fatica a trovare una disciplina attuativa e rischia di trasformarsi in un’occasione mancata. E un’occasione mancata non è mai neutra: ogni ritardo, spreco o progetto incompiuto diventa un peso futuro per cittadini già gravati da un sistema fiscale tra i più rigidi e sperequati d’Europa.
Così, mentre il testo evangelico invita a non temere il domani, le nostre scelte sembrano orientate a spostarne il peso in avanti. Saranno le generazioni future a confrontarsi con il carico dei debiti contratti dai Paesi europei — e, in misura maggiore, dall’Italia — se queste risorse non si tradurranno in opere utili, durature e sostenibili. Ogni spreco, ogni improvvisazione, ogni decisione miope non è solo un errore amministrativo: è un’eredità ingombrante che rischiamo di consegnare a chi verrà dopo di noi.
Un sistema sotto stress: fragilità progettuali, amministrative e produttive
Nella pratica attuazione del PNRR, una delle criticità più evidenti è il ricorso crescente all’appalto integrato - che prevede l’affidamento congiunto della progettazione esecutiva e della realizzazione delle opere - favorito dalle deroghe emergenziali e dall’assenza diffusa di progettazione esecutiva negli enti attuatori. Le analisi dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) confermano un aumento significativo di questa modalità, mentre la qualità dei Progetti di Fattibilità Tecnica ed Economica (PFTE) - posti alla base dell’appalto integrato - risulta spesso insufficiente: molti enti, soprattutto i piccoli Comuni, hanno prodotto elaborati minimi e incoerenti, con errori materiali e livelli di approfondimento inadeguati.
Le relazioni della Corte dei Conti per il 2024 mostrano che circa il 42% delle misure monitorate presentava ritardi o criticità procedurali, spesso legate anche a progettazioni incomplete o non aggiornate. Questa fragilità, nelle fasi preliminari, ha inciso già all’avvio dell’attuazione sulle gare d’appalto: la pressione a rispettare le scadenze europee ha portato a bandire appalti su basi tecniche deboli, generando ribassi anomali, sospensioni dei lavori e un aumento delle riserve da parte delle imprese.
L’intreccio tra appalto integrato, progettazioni fragili e tempistiche estremamente ristrette sta mettendo a rischio la continuità dei cantieri e la capacità di garantire opere coerenti con gli obiettivi di qualità, sicurezza e durabilità richiesti dal programma europeo e dalle vigenti normative.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento: i tempi del PNRR sono stati definiti senza considerare le profonde criticità amministrative, operative e psicologiche che il Paese portava con sé all’uscita dalla pandemia. L’Italia arrivava a quell’appuntamento dopo anni di norme estemporanee, regolamenti contraddittori, procedure emergenziali e una pubblica amministrazione indebolita da carenze di personale e da assetti instabili. La stagione del “Superbonus” — con corse dettate più da esigenze contabili e pressioni bancarie che da una reale pianificazione — ne è stata la manifestazione più evidente.
Nel frattempo, interi settori della Pubblica Amministrazione sono rimasti privi di una guida solida, costretti a operare in un ambiente segnato da instabilità normativa e incoerenza procedurale. In questo vuoto strutturale, gran parte del personale ha finito per muoversi in una sorta di zona franca: uno spazio opaco, dove l’assenza di regole chiare, responsabilità definite e controlli effettivi non ha offerto protezione, ma un alibi operativo. Un luogo in cui si può agire senza esporsi, firmare senza decidere, procedere senza assumere davvero il peso delle scelte.
Dirigenti, funzionari e Responsabili Unici del Progetto (RUP) — sebbene sostenuti dagli incentivi economici previsti per compensare l’aumento del carico di lavoro — hanno finito talvolta per assumere un ruolo più notarile che gestionale, limitandosi a validare con eccessiva leggerezza atti complessi al solo scopo di mantenere un equilibrio interno sempre più fragile. Uffici tecnici disorientati, ispettori del lavoro impossibilitati a operare secondo il mandato che la legge assegna loro e dipendenti costretti a supplire all’assenza di indicazioni chiare con interventi estemporanei hanno contribuito a delineare una situazione di progressiva perdita di controllo.
La crisi silenziosa della Pubblica Amministrazione
A questa fragilità amministrativa si è sommata la reazione contorta del sistema produttivo. Molte imprese, attratte dall’improvvisa disponibilità di risorse e spinte a operare in una concentrazione di cantieri incompatibile con i cicli reali di esecuzione, si sono riorganizzate in modo affrettato e, in alcuni casi, sono state mosse da una vera e propria corsa ad accaparrarsi commesse: ampliamenti di organico senza pianificazione, ricorso a manodopera non adeguatamente formata, esecuzioni “a tutti i costi” pur nella consapevolezza di non rispettare standard qualitativi, parametri di sicurezza o prescrizioni tecniche. Ne sono derivate progettazioni approssimative e spesso errate, procedure esecutive forzate o distorte, utilizzi impropri dei materiali e, più in generale, un abbassamento della qualità costruttiva, spesso in contrasto con i vincoli tecnici e normativi.
Il risultato è stato un sistema che ha amplificato le proprie debolezze: progettazioni accelerate e contratte, spesso sviluppate senza un adeguato livello di approfondimento; cantieri avviati in contemporanea sugli stessi territori, con interferenze operative e sovrapposizioni gestionali; opere sovradimensionate o incoerenti con il contesto, spesso sprovviste di una valutazione seria dei costi di realizzazione e, soprattutto, di futura gestione. Vere e proprie cattedrali nel deserto, generate più dall’urgenza di spendere che da una programmazione fondata sui bisogni reali dei territori.
In questa deriva complessiva tutto si indebolisce: direttori dei lavori costretti a mediare in modo forzato, fino a compromettere la dignità del loro ruolo pur di non perdere l’incarico; dirigenti e RUP travolti da responsabilità sproporzionate, anche quando lautamente retribuite, che finiscono per offuscarne la moralità e la lucidità; uffici tecnici chiamati a firmare atti complessi in un clima di incertezza normativa; organi di controllo di fatto impossibilitati a intervenire pienamente, nella certezza che un’azione rigorosa avrebbe comportato il blocco dei cantieri. Così, un programma nato per ricostruire rischia, paradossalmente, di generare nuove e pericolose fratture.
E mentre il sistema si sfalda, i cantieri del PNRR sono abbandonati a loro stessi: le imprese esecutrici decidono in piena autonomia, senza controlli effettivi né reali limitazioni operative da parte delle strutture preposte, dei direttori dei lavori o dei coordinatori della sicurezza. È come essere tornati agli anni Settanta, quando ci si inciampava nei materiali lasciati ovunque e l’accesso ai cantieri era di fatto libero, tanto che i bambini vi entravano per giocare mentre nessuno vigilava in maniera concreta. Gli ispettori del lavoro — insieme ai controllori a ogni livello — sono assenti da tempo: hanno smesso di intervenire, preferendo concentrarsi altrove, in quei cantieri meno problematici dove elevare una multa o fermare un’attività non comporta conseguenze rilevanti. Viviamo tempi cupi, in cui al lupo viene imposto di farsi pecora e di belare nel gregge comune.
Le conseguenze future e il rischio del miraggio
A ciò si è aggiunto un ulteriore effetto distorsivo: per rispettare le scadenze imposte dal PNRR sono state privilegiate le opere più semplici da progettare, più rapide da realizzare e più remunerative per progettisti, tecnici e imprese. Ne è derivata una proliferazione di interventi su manti stradali, marciapiedi, piazze e spazi pubblici spesso ancora in buono stato di conservazione, pienamente funzionali e non bisognosi di sostituzione. Si è così finito per demolire ciò che funzionava, applicando al Paese un maquillage diffuso: una pelle nuova su un corpo invecchiato, un botox che attenua le rughe senza rafforzare i muscoli. In altre parole, una parte consistente delle risorse è stata impiegata in modo inefficace e, in molti casi, in maniera scriteriata, senza una reale gerarchia delle priorità, sacrificando interventi strutturali ben più necessari.
Questi lavori, spesso progettati male, realizzati in fretta e privi di controlli efficaci, rischiano ora di trasformarsi in costi di manutenzione insostenibili, aggravando un quadro già segnato da crisi economiche, energetiche e geopolitiche.
Alla base c’è una visione miope: decisioni superficiali, orientate al consenso immediato, che definiscono “lavoro” ciò che ne rappresenta la negazione. Le responsabilità ricadono su politica, dirigenti e apparati tecnici, spesso pronti a compiacere il decisore di turno più che a tutelare l’interesse collettivo.
Anche i cittadini, assuefatti al degrado sistemico, accettano compromessi con un compiacente disincanto, quasi per sottrarsi al peso di ulteriori preoccupazioni. L’allargamento dei confini amministrativi ha dissolto il legame tra territorio, politica e tecnica: si ricorre sempre più spesso a incarichi affidati a professionisti esterni al contesto locale, impoverendo le comunità e penalizzando chi conosce davvero i bisogni del territorio e contribuisce con le proprie tasse al sostentamento dei servizi pubblici.
Nel vertice delle responsabilità è dunque la politica a occupare il podio: è lì che si alimenta il caos, per l’assenza di una visione lungimirante e per l’incapacità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e degli effetti che ne derivano. Risuona allora, con amara precisione, la celebre frase di Winston Churchill: «La politica è la capacità di prevedere ciò che accadrà domani, la prossima settimana, il prossimo mese e il prossimo anno. E di avere poi l’abilità di spiegare perché non è accaduto».
Come potremo spiegare alle generazioni future la logica delle decisioni attuali? Una logica, in realtà, non c’è. Molte scelte sono state recepite passivamente, come imposizioni esterne evocate sotto il nome dell’Europa, senza una vera mediazione critica da parte della politica e della burocrazia, senza l’intervento di chi avrebbe dovuto filtrare e adattare le direttive alle esigenze reali del Paese. Per questo saremo giudicati: per superficialità e incompetenza, così come noi giudichiamo oggi chi ha consentito che il sistema pensionistico del passato si consolidasse e si attuasse, dissipando risorse e imponendoci ora di lavorare fino a settant’anni, in cambio di precarietà al posto di una vecchiaia dignitosa.
In uno scenario già fragile, la situazione internazionale non offre riparo: i focolai di guerra e la necessità di rimodulare il lavoro mettono alla prova la nostra stessa esistenza. Lo scenario che si profila è tutt’altro che rassicurante: saremo costretti a muoverci su fronti sempre più ampi, a cercare opportunità in Paesi lontani, a separarci presto dai nostri affetti e dalla nostra storia. Dovremo imparare nuove lingue – o forse una sola, l’inglese – nuovi sistemi e nuove abitudini, spesso per necessità più che per scelta, mentre il mondo sembra scivolare verso una direzione unica imposta da potenze che agiscono come bulli globali, alla ricerca di risorse da consumare.
Tornando all’attualità, l’edilizia scolastica offre un esempio emblematico. Il PNRR ha destinato oltre 12 miliardi di euro — circa il 6% dell’intero Piano — alla realizzazione di nuove scuole, alla messa in sicurezza (adeguamento sismico e antincendio), alla riqualificazione energetica, all’integrazione funzionale (mense, palestre, impianti sportivi) e, in molti casi, a interventi di demolizione e ricostruzione. Di questi fondi, 11,5 miliardi risultano già impegnati in appalti gestiti da circa 8.000 Comuni, Province e Città metropolitane. Pur mancando un dato aggregato sull’avanzamento complessivo, le stime indicano una spesa effettivamente erogata intorno al 65%, che corrisponde a un avanzamento reale dei lavori di circa 60%, considerando che le spese di rilievo e progettazione sono state in gran parte già liquidate. Resta quindi da coprire un 40% tra lavori e spese tecniche, a fronte di una scadenza fissata al 31 marzo 2026 per l’ultimazione dei lavori e al 30 giugno 2026 per collaudi e rendicontazioni finali. Al momento non esiste alcuna proroga delle scadenze pianificate, anche se è difficile immaginare che i termini indicati non subiscano ulteriori differimenti.
Il completamento dei lavori resta incerto: errori di progettazione, stime dei costi inadeguate, imprevisti dovuti a rilievi e valutazioni tecniche carenti o mancanti, perizie di variante in corso d’opera, scuole operative durante le lavorazioni di cantiere, difficoltà organizzative delle imprese, rincari dei materiali, ritardi nelle forniture e nell’emissione dei pareri obbligatori hanno rallentato l’intero sistema. Le parole di Churchill tornano allora utili per descrivere un ritardo che sarebbe “naturale” soltanto qualora la gestione della cosa pubblica avesse tenuto conto della struttura sociale ed economica del Paese — compresa quella meno nobile, fatta di corruzione, inerzie amministrative e reciproche indulgenze.
Una quota non trascurabile degli interventi è oggi sospesa dopo le iniziali fasi di demolizione, con appalti bloccati e contenziosi: un cortocircuito amministrativo che ha lasciato intere comunità senza scuola e senza cantiere.
Duemila anni fa Gesù si ritirò nel deserto per affrontare la fame, la solitudine e la tentazione, e per dare forma alla sua missione. Oggi, noi uomini, nel nostro deserto interiore — fatto di paure, fragilità, disorientamento e responsabilità rimandate — siamo chiamati a una prova non meno impegnativa. Non ci viene chiesto di trasformare le pietre in pane, ma di trasformare le nostre scelte in futuro, le nostre risorse in opere, le nostre parole in impegni reali.
Il PNRR avrebbe potuto essere l’oasi capace di restituire fiducia a un Paese stanco ma, senza una visione, senza una disciplina collettiva, senza la capacità di distinguere ciò che nutre da ciò che illude, rischia di diventare un miraggio. E un miraggio, quando svanisce, lascia solo sabbia. Sta a noi decidere se resistere alle tentazioni e attraversare questo deserto come un popolo che avanza, o come una comunità che si perde. Perché «non di solo pane vivrà l’uomo»: vive — e vivrà — della responsabilità che si assume, della cura che esercita, della parola che mantiene.
Il resto è solo vento.
E, come cantava Franco Battiato nel brano Il re del mondo: «Più diventa tutto inutile più credi che sia vero / E il giorno della fine non ti servirà l’inglese».