10 motivi per dire no al condono edilizio
È utile partire da un dato, prima ancora che da una posizione. Dalla versione “quasi” definitiva del disegno di legge di Bilancio 2026 sono stati espunti tutti gli emendamenti che, in forme diverse, proponevano nuove ipotesi di condono o di sanatoria edilizia. Un passaggio tutt’altro che scontato, se si considera quanto ciclicamente questo tema torni ad affacciarsi nel dibattito parlamentare ogni volta che si parla di edilizia, rigenerazione urbana o semplificazione.
Quegli emendamenti li avevo già analizzati nel dettaglio, mettendone in luce criticità, ambiguità e possibili effetti distorsivi. Non si trattava di proposte marginali, ma di tentativi concreti di riaprire – ancora una volta – il capitolo del condono, sotto etichette diverse e con formule apparentemente più tecniche, ma sostanzialmente riconducibili alla stessa logica.
Il fatto che siano stati stralciati non chiude però la questione. Al contrario, conferma quanto il tema resti latente, pronto a riemergere alla prima occasione utile, spesso come risposta rapida a problemi che rapidi non sono.
Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce l’infografica che accompagna questo articolo.
Non come reazione a un singolo emendamento o a una specifica proposta normativa, ma come presa di posizione più ampia: perché il condono edilizio, al di là delle formule e delle stagioni politiche, continua a essere una falsa scorciatoia.
Un problema ordinario affrontato con strumenti straordinari
L’abusivismo edilizio non è un’emergenza improvvisa. È un fenomeno strutturale, stratificato nel tempo, profondamente diverso da territorio a territorio e legato a cause che conosciamo bene: pianificazione discontinua, norme spesso contraddittorie, controlli non omogenei, assenza di politiche di recupero realmente efficaci.
Pensare di risolvere tutto con una legge straordinaria significa, in fondo, non voler affrontare il problema alla radice. Significa rinviare ancora una volta una riforma organica della disciplina edilizia e urbanistica, scegliendo invece una soluzione tampone che promette di “chiudere il passato” senza costruire davvero il futuro.
Il risultato, puntualmente, è sempre lo stesso: una parentesi normativa che dovrebbe fare ordine e che finisce per generare nuova confusione.
I nodi che il condono non scioglie (e che spesso aggrava)
L’infografica prova a sintetizzare, in dieci punti, alcune conseguenze concrete del condono edilizio. Non slogan, ma effetti che chi lavora quotidianamente con pratiche, titoli e procedimenti conosce fin troppo bene.
Esistono ancora istanze di condono risalenti al 1985 mai definite. È un dato che, da solo, dovrebbe indurre a estrema prudenza. Prima ancora di ipotizzare nuove sanatorie, bisognerebbe interrogarsi seriamente su quelle pratiche sospese da decenni, che continuano a produrre incertezza giuridica, contenzioso e blocchi nella circolazione degli immobili.
Ogni nuovo condono genera una nuova sperequazione: tra chi riesce ad accedervi e chi resta escluso, spesso per ragioni meramente formali o temporali. Non tutti gli abusi sono uguali, ma il condono tende a trattarli come tali, appiattendo situazioni profondamente diverse.
A questo si aggiunge il carico istruttorio che si scarica su Pubbliche Amministrazioni e professionisti. Migliaia di pratiche concentrate in un arco temporale ristretto, con strutture amministrative già in affanno, producono inevitabilmente ritardi, istruttorie incomplete e nuovo contenzioso.
Sul piano sistemico, il danno forse più grave è l’ulteriore indebolimento della certezza del diritto. Le regole smettono di essere percepite come stabili e affidabili. Diventano qualcosa che può essere rimesso in discussione nel tempo, superato “in attesa del prossimo condono”.
E il messaggio che passa è sempre lo stesso: violare le regole conviene. Chi le ha rispettate non ottiene alcun beneficio; chi non lo ha fatto viene, prima o poi, premiato.
Qualità del patrimonio edilizio e governo del territorio
C’è poi un equivoco di fondo che il condono continua ad alimentare: l’idea che sanare significhi migliorare.
In realtà, il condono non innalza la qualità del patrimonio edilizio. Non garantisce maggiore sicurezza, non assicura prestazioni energetiche adeguate, non migliora l’inserimento urbanistico. Si limita a tollerare l’esistente, cristallizzando situazioni spesso nate male e difficili da correggere in seguito.
Nel frattempo, l’attenzione politica e amministrativa viene distolta dalle riforme necessarie: semplificazione vera, regole chiare e applicabili, strumenti selettivi di recupero e rigenerazione, politiche abitative e territoriali coerenti.
Alla lunga, si finisce per trasformare l’emergenza in metodo ordinario di governo del territorio. Ed è forse questo l’aspetto più problematico di tutti.
L’alternativa esiste, ma non è una scorciatoia
L’infografica si chiude con una domanda che è anche una proposta: qual è l’alternativa?
L’alternativa non è un nuovo condono “fatto meglio”.
È un cambio di approccio.
Obiettivi chiari, un progetto serio di riforma, regole stabili e realmente applicabili. La capacità di distinguere ciò che è tecnicamente e urbanisticamente sanabile da ciò che non lo è, senza ambiguità e senza scorciatoie. E, soprattutto, la volontà di far rispettare le regole una volta definite.
Non è la strada più semplice. Ma è l’unica che, nel medio-lungo periodo, può restituire credibilità al sistema e qualità al territorio.
Perché questa infografica merita di circolare
Questa infografica non è contro qualcuno. È contro un’idea sbagliata, che ciclicamente ritorna perché sembra facile, rapida, rassicurante.
Condividerla significa contribuire a un dibattito più onesto, meno ideologico e più ancorato alla realtà di chi, ogni giorno, lavora con le norme, i progetti e i territori.
Se credi che il governo del territorio abbia bisogno di regole serie e non di scorciatoie, questa infografica vale la pena farla girare.
A cura di Ing. Gianluca
Oreto
Direttore responsabile LavoriPubblici.it
