Appello per la salvaguardia del Nuovo Palazzo di Giustizia di Palermo

Palermo possiede un cospicuo e pregevole patrimonio di opere di Architettura che genera interesse e stimoli in studiosi e turisti-viaggiatori ed altrettanto ...

21/11/2016
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Appello per la salvaguardia del Nuovo Palazzo di Giustizia di Palermo

Palermo possiede un cospicuo e pregevole patrimonio di opere di Architettura che genera interesse e stimoli in studiosi e turisti-viaggiatori ed altrettanto pregevole, sebbene non cospicuo, è il capitale di Architettura Moderna il cui inserimento nei circuiti turistici tradizionali darebbe slancio ulteriore alla conoscenza delle offerte culturali della città. Tra questi può, certamente, essere inserito il complesso del Nuovo Palazzo di Giustizia che merita, indubbiamente, azioni di stretta sorveglianza del mantenimento della sua integrità formale e dignità sostanziale. Nei giorni scorsi abbiamo appreso, in via informale, che sono in fase di gestazione alcuni accorgimenti, destinati al miglioramento delle condizioni di sicurezza del nuovo e del vecchio Palazzo di Giustizia, che potrebbero incidere in maniera significativa sulla qualità architettonica e urbanistica degli stessi.

Ecco perché abbiamo ritenuto opportuno rivolgere alcune domande all’architetto Iano Monaco, progettista e direttore dei lavori del nuovo Palazzo di Giustizia di Palermo. Il nuovo complesso è entrato in funzione il 2002 ed è un esempio concreto di come un’architettura contemporanea possa, senza rinunziare a essere se stessa, integrarsi e inserirsi con efficacia e discrezione nel centro storico di una grande città, senza mimetismi filologici, rispettandone la trama, arricchendolo di nuove suggestioni, recuperando e connettendo, con un sistema di edifici di contenute dimensioni, spazi urbani stravolti prima dai bombardamenti della guerra e poi dal terremoto del ’68, riscattando dal degrado e dalla emarginazione in cui languiva l’antico quartiere del Capo in cui sorge.

Ci può dire, architetto Monaco, il perché delle sue recenti proteste e del conseguente appello per la salvaguardia del nuovo palazzo di Giustizia di Palermo, promosso da Salvare Palermo e sottoscritto dalle più importanti Associazioni e Istituzioni culturali del settore Architettura, Urbanistica, Beni Culturali?

Le rispondo con altre due domande volutamente retoriche. Se fossero ancora vivi GBF Basile o suo figlio Ernesto chi mai si sognerebbe di spostare una sola pietra del Teatro Massimo di Palermo, di cui padre e figlio furono gli artefici, senza prima coinvolgerli o consultarli su qualsiasi eventuale modifica vi si intendesse apportare per qualsivoglia esigenza o problema? E poi ancora, dove sta scritto che un’opera di architettura contemporanea meriti meno rispetto di un’opera realizzata duecento, cento o anche settant’anni fa e quindi, vincolata o meno che sia dalla Soprintendenza, comunque protetta dal colore rosso che nel PRG di Palermo indica il così detto “netto storico”?

Si spieghi meglio.

Succede che nella cittadella giudiziaria di Palermo sono in fase di realizzazione, essendone stato aggiudicato l’appalto, alcuni lavori di miglioramento degli accorgimenti di sicurezza (anti intrusione e anti attentati). Tali lavori, progettati in tutta segretezza da un pool di tecnici della pubblica amministrazione nel corso degli ultimi 18 mesi, comprendono una stravolgente modifica architettonica a quattro dei corpi di fabbrica che fanno parte del nuovo Palazzo di Giustizia, ubicati tra la via del Quattro Coronati e la via del Noviziato; modifica che prevede di collegare reciprocamente i quattro edifici mediante un corridoio a vetri (blindati) poggiato sul piano stradale in modo da potere concentrare in un solo edificio un’unica postazione di controllo dei transiti in entrata e in uscita in luogo delle quattro attualmente esistenti. L’eventuale attuazione di tale intervento avrebbe alcune conseguenze tra le quali lo stravolgimento dell’atrio d’ingresso all’antica palazzina preesistente che sarebbe insufficiente per ospitare il traffico aggiuntivo diretto agli altri edifici e la costruzione di un nuovo corridoio vetrato che ostruirebbe, interrompendole, le tre antiche vie Del Lume, Dell’altare, Cannatello sulle quali si affacciano i quattro corpi di fabbrica; vie che diventerebbero in tal modo cortili chiusi senza alcun senso urbanistico.

Lei, architetto Monaco, è mai stato consultato, se non coinvolto, prima, durante o anche dopo l’elaborazione progettuale degli interventi da lei contestati?

Mai nessuno mi ha coinvolto né consultato. Ho avuto notizia di tali interventi leggendo la stampa locale e ascoltando le voci di corridoio, inevitabili dato che tutto il mondo sa che per venti anni ho vissuto e lavorato avendo come obiettivo totalizzante la realizzazione del nuovo Palazzo di Giustizia, affrontando e riuscendo a superare ogni tipo di problemi, anche quelli che apparivano insormontabili. Devo anche dire, a proposito dei nuovi lavori, che, data la riservatezza che avvolge tutta l’operazione, non sono a conoscenza se siano state progettate ulteriori modifiche in contrasto con l’opera in aggiunta a quelle sopra descritte.

Conoscendo la sua tenacia non possiamo credere che lei non abbia provato a farsi ascoltare da chi ha sovrainteso all’operazione, come lei la chiama.

Nel settembre 2015, avuto sentore che qualcosa si stava preparando, ho indirizzato a tutti gli Uffici interessati, nessuno escluso, una lettera che così si concludeva: “…ho saputo che sono in fase di gestazione alcuni accorgimenti, destinati al miglioramento delle condizioni di sicurezza del nuovo e del vecchio Palazzo di Giustizia, che potrebbero incidere in maniera significativa sulla qualità (non solo architettonica e urbanistica) della nostra cittadella giudiziaria. Non ho la pretesa di considerarmi indispensabile per alcunché ma ritengo che la mia esperienza/conoscenza dei luoghi e dei manufatti che vi insistono possa tornare utile sia ai Magistrati sia a tutti coloro che si stanno occupando della ideazione dei predetti possibili accorgimenti. Questa esperienza e questa conoscenza metto gratuitamente a disposizione dei destinatari di questa nota e spero che sia accolta favorevolmente”. Ritenevo che la mia esperienza potesse esser utile, se non altro, ad evitare il rischio, sempre possibile in questi casi, di non tenere nel debito conto, magari involontariamente, il valore urbanistico e architettonico dei nuovi edifici e dei loro reciproci rapporti. La mia disponibilità non ha avuto alcun riscontro da parte di nessuno. Successivamente, nello scorso mese di ottobre (2016), avendo appreso dell’avvenuta aggiudicazione dell’appalto dei lavori in questione e, sia pur sommariamente, degli stravolgimenti previsti in progetto, ho nuovamente indirizzato una lettera aperta a tutti gli Uffici interessati, che così si concludeva, dopo avere ribadito i concetti già illustrati nella lettera del 2015: “…L’inusuale, vincente e bella soluzione  di non escludere la Cittadella della Giustizia dalla restante parte della città, rinunciando a inutili recinzioni e aprendola ad essa non ha fino ad oggi comportato nessun problema di sicurezza avendo al contempo compreso e realizzato una serie di accorgimenti di sicurezza attiva e passiva. Accorgimenti che col nuovo progetto verranno giustamente migliorati e incrementati ma che naturalmente devono rispettare la dignità degli edifici e degli spazi urbani in cui si inseriscono. Mi auguro di essere smentito, che qualcuno mi dica che si è trattato di un fraintendimento, che non è previsto nulla di quel che ho appena paventato o che comunque non sarà attuato. In caso contrario, la nostra città avrà perso una buona occasione per evitare di farsi del male.” Neanche questa mia seconda lettera ha avuto alcun riscontro da parte dei vari Uffici.

Cosa pensa o spera di ottenere con l’appello promosso da Salvare Palermo?

Spero che la Stazione appaltante dei lavori rifletta sulle buone ragioni di interesse generale  alla base dell’appello (appello che ha riscosso adesioni plebiscitarie  nel settore specialistico della cultura architettonica e urbanistica) e che, dopo avere valutato anche con la mia collaborazione la sussistenza nel progetto in appalto di opere o interventi in contrasto  con i valori architettonici e urbanistici dell’opera, li stralci dall’appalto con provvedimento in autotutela, ovvero li surroghi con interventi sostitutivi solo se capaci di armonizzarsi con quei valori. Da parte mia assicuro ogni collaborazione, ovviamente, a titolo assolutamente gratuito. Ritengo che l’incidenza economica degli interventi da me contestati rispetto al complessivo importo dell’appalto sia esigua e che pertanto il loro eventuale stralcio o modifica non possa costituire motivo di riserva da parte dell’Impresa appaltatrice e rientri tra le prerogative e le competenze del Responsabile del procedimento e del Direttore dei lavori.

A cura di Redazione LavoriPubblici.it

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