L'impatto della revisione costituzionale sulla Sicilia

Si avvicina la conclusione del confronto tra le posizioni del Si e del No al referendum sulla revisione costituzionale varata a maggioranza dal Parlamento ed...

18/11/2016
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L'impatto della revisione costituzionale sulla Sicilia

Si avvicina la conclusione del confronto tra le posizioni del Si e del No al referendum sulla revisione costituzionale varata a maggioranza dal Parlamento ed appaiono molteplici le questioni che animano un dibattito serrato e troppo spesso divisivo, replicando così quel clima conflittuale che ha accompagnato la genesi di tale controversa revisione.

Tra questi, in particolare, alcuni rivestono un carattere assai rilevante per il siciliani.

Un primo, che molto sembra affascinare esponenti politici dei due schieramenti, riguarda i problemi che desta il testo della revisione costituzionale in ordine alla compatibilità tra la carica di deputato/consigliere regionale e quella, per coloro tra questi che sarebbero eletti dal Parlamento/Consiglio regionale (in Sicilia l'ARS).

La legge di revisione costituzionale, da un lato, mira a cancellare quanto attualmente previsto dall'art. 122 Cost. sull’incompatibilità tra la carica di consigliere regionale e quella di parlamentare, dall'altro lascia in vita le previsioni di incompatibilità tra deputato/consigliere regionale e componente del Parlamento nazionale sancito dagli statuti speciali, adottati con legge costituzionale (art. 3 Regione siciliana; art. 17 Sardegna; art. 28 Trentino-Alto Adige; art. 17 Val d'Aosta; art. 15 Friuli-Venezia Giulia).

Sicché, nel caso di esito positivo del referendum confermativo, si assisterebbe al paradosso che per i deputati/consiglieri delle regioni a statuto speciale non si potrebbe legittimamente addivenire alla elezione a senatore, senza determinare l'incompatibilità sancita dallo statuto, ma se gli stessi rinunciassero alla prima carica perderebbero, parimenti, la legittimazione a rivestire la carica senatoriale, rendendo inapplicabile il nuovo sistema.

Si tratta di un sicuro guazzabuglio sottolineato da una suggestiva discussione, non unico invero, ma che sembra certamente enfatizzato e non mi pare possa considerarsi dirimente, come ben altri argomenti, per contrastare la confusionaria revisione costituzionale.

È sostenibile infatti, e su questo solco si muoverebbe certamente la Corte costituzionale laddove investita della questione (come ha già fatto in passato), che una così ampia revisione costituzionale, se confortata dall'espressione della sovranità popolare in senso confermativo, determinerebbe l'implicita modifica delle previsioni statutarie di incompatibilità ricordate limitatamente ai deputati/consiglieri delle Regioni speciali eletti sentori.

Di diversa portata, invece, appare un altro argomento che riguarda l'alterazione della rappresentanza tra cittadini delle Regioni speciali.

La revisione, infatti, introduce un potente elemento di discriminazione tra cittadini, che si collega al crescente divario tra Nord-Sud. Si rischia di aggravare la desertificazione culturale e socio-economica, la crisi di competitività e la marginalizzazione del Mezzogiorno effetti delle politiche economiche di austerità degli ultimi anni. La revisione costituzionale sottoposta al referendum confermativo se non ha rafforzato gli elementi perequativi, pur presenti nella Costituzione, pone le basi per il consolidamento del dualismo anche nella rappresentanza dei territori.

La controversa riforma del Senato prevede la riduzione a 100 dei componenti: 95 provenienti dalle autonomie territoriali e 5 nominati dal Presidente della Repubblica. Dei primi: 21 scelti tra i sindaci e 74 dai Consigli regionali su indicazione degli elettori. I senatori sono assegnati alle regioni sulla base demografica, col limite minimo di 2.

Ciò determina un'evidente discriminazione nei confronti dei siciliani che perdono rappresentanza in favore degli italiani delle regioni speciali del nord, fenomeno che non si sarebbe realizzato in termini così marcati, ad esempio, riducendo anche il numero dei deputati e lasciando a 200 quello dei senatori (rispettando il limite di parlamentari voluto dalla revisione costituzionale).

Ma andiamo ai numeri.

Senatori assegnati attualmente
Valle d’Aosta, ab.126.806: 1
Trentino-A.A., ab. 1.025.000: 7
Friuli-VG. Ab. 1.218.985: 7
Speciali del Nord (ab. 2,3,m) senatori 15 (1 ogni 153.000)
Sicilia, ab. 5.002.904: 25
Sardegna, ab. 1.639.362: 8
Speciali del Sud (ab. 6,6 m) senatori 33 (1 ogni 200.000)

Senatori assegnati con la revisione Renzi
Valle d’Aosta, ab.126.806: 2 (1+1)  
Prov. Bolzano, ab. 504.643: 2 (1+1)
Prov. Trento, ab. 524.832: 2 (1+1)
Friuli-V.G., ab. 1.218.985: 2 (1+1)
Speciali del Nord (ab. 2,3m) senatori 8  (1 ogni 287.000)
Sicilia, ab. 5.002.904: 7 (6+1)
Sardegna, ab. 1.639.362: 3 (2+1)
Speciali del Sud (ab. 6,6 m) senatori 10  (1 ogni 660.000)

La riforma offre, così, una sovra-rappresentazione ad aree economicamente più solide. Se si riporta la proporzione sulla rappresentanza riconosciuta ad un cittadino di Trento e ad uno di Palermo i risultati vedono, nel primo caso, 250.000 cittadini rappresentati da un senatore, nel secondo 714.000: il cittadino di Trento conta quasi tre volte un palermitano.

Una famiglia siciliana (media 2.51 persone), in altre parole, ha diritto ad una rappresentanza minore di un simpatico abitante del Trentino-A.A. Nella composizione del Senato si recepisce così la fisionomia del divario economico (dati ISTAT 2013). Il Pil pro-capite di Trento si attesta a € 37.000 contro i € 16.800 di Palermo.

Come ha precisato ancora una volta la Svimez il Sud registra un forte divario negli indicatori di competitività rispetto alla media europea. In particolare, nelle infrastrutture il Sud si è fermato nel 2013 a 41,6, con un calo di 4 punti rispetto al 2010, mentre il Nord è cresciuto da 48,6 a 50.

Riconoscendo maggiore rappresentanza alle regioni differenziate del Nord rispetto alle isole, la revisione costituzionale favorisce il consolidamento, anche a livello istituzionale, del crescente divario Nord-Sud (si pensi al potenziale disequilibrio delle decisioni assunte). È vero che la variabile maggioranza governativa, dopo la rottura del "patto del Nazareno", ha cercato consensi in Senato per l'approvazione della legge costituzionale e quelli dei partiti regionali (di Trentino A.A. e Val d'Aosta) sono risultati determinanti. Invece di invertire la tendenza, favorendo la coesione economico-sociale e territoriale, la revisione consolida implicitamente alcune delle cause dall'emigrazione intellettuale ed alla desertificazione imprenditoriale del Sud.

Qualcuno potrebbe opporre che negli U.S.A. il numero dei senatori è di 100 e che ne sono assegnati due per ogni Stato, a prescindere dalla popolazione. Ma non si può dimenticare che in quella democrazia il Senato è costituito con forti connotati compensativi poiché si tratta di uno Stato federale. Mentre la revisione costituzionale punta all'accentramento e riduce notevolmente le competenze legislative delle Regioni concentrandole a livello statale (anche per le Regioni differenziate, anche con l'introduzione della c.d. "clausola di supremazia").

Sicché il riferimento alla democrazia americana appare a dir poco fuorviante.

In conclusione, la combinazione degli effetti della ripartizione dei seggi, squilibrata in favore delle Regioni speciali del nord, e dell'accentramento delle competenze, farà pesare l'impatto delle differenze territoriali sulle decisioni legislative. Se poi si aggiunge che la legge elettorale (l. n. 52/15, c.d. 'Italicum') prevede che i capilista scelti dai partiti possano candidarsi in un numero elevato di circoscrizioni (10), è plausibile ritenere che in molti casi saranno eletti nelle circoscrizioni meridionali deputati che non avranno ancoraggio al territorio, aggravando il difetto di rappresentanza del sistema.

A cura di Gaetano Armao
Docente di diritto amministrativo-Università di Palermo
e Presidente di giuristi siciliani per il NO

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