La progettualità come indicatore della vivacità intellettuale del Paese

Con qualche giorno di ritardo rispetto alla data di pubblicazione, ieri ho letto una lettera scritta da Pierfederico De Pari, Segretario del Consiglio Nazion...

17/04/2015
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La progettualità come indicatore della vivacità intellettuale del Paese
Con qualche giorno di ritardo rispetto alla data di pubblicazione, ieri ho letto una lettera scritta da Pierfederico De Pari, Segretario del Consiglio Nazionale dei Geologi, che parla di un tema a me tanto caro e che desidero condividere con voi.

Progettisti e progettualità
"In un Paese alla ricerca di una nuova identità, la progettualità diventa un indicatore della vivacità intellettuale di intere categorie di soggetti che, a vario titolo, partecipano e contribuiscono al processo di crescita.

E nella progettualità trovano posto le ambizioni, le speranze, le idee di chi vuole pensare molto oltre la durata di una vita umana, lasciando segni indelebili di un passaggio e di una consapevolezza di ciò che si è trovato e di ciò che si vorrebbe lasciare.

Ma se nella storia, anche quella antica, la progettualità dominava i processi, diventando essa stessa strategia politica e strumento di confronto, da qualche decennio si respira un'aria diversa, molto più dimessa, che non pone al centro del dibattito un'idea per l'Italia del futuro, ma si concentra su singoli aspetti del progresso, come se questi, da soli, magicamente interagissero tra di loro organicamente.

In questa enorme confusione, che è politica oltre che culturale, i progettisti, ovvero coloro che pongono al servizio della comunità la propria intelligenza per realizzare oggetti che nel futuro diventeranno realtà, si trovano spesso senza punti di riferimento.

Senza concreti punti di riferimento culturali e con una miriade di paletti normativi posti qua e là, a testimoniare processi di riforma più volte tentati ma mai pienamente compiuti.

In un'Italia geograficamente stretta e lunga, geologicamente giovane e con una dispersione di oggetti antropici sul territorio che non trova pari ai altri paesi europei, la pianificazione territoriale basata sulla profonda conoscenza delle dinamiche che regolano l'evoluzione di questo piccolissimo lembo di Pianeta dovrebbe rappresentare l'argomento principe sul quale costruire modelli di sviluppo, di relazione e di crescita.

Nonostante frane, alluvioni, terremoti, eruzioni vulcaniche abbiano, a più riprese, ricordato che la l'Italia è naturalmente predisposta a questo tipo di fenomenologie, si continua ad invocare l'evento eccezionale ogniqualvolta che un corso d'acqua sommerge intere aree abitate o che un terremoto distrugge interi quartieri di centri abitati più o meno grandi.

Eppure la progettualità di questo Paese avrebbe dovuto rendersi conto che andava cercata la migliore forma di convivenza tra fenomeno naturale e salvaguardia della vita umana, al di là dell'emergenza, al di là dell'impatto emotivo dell'ultima tragedia.

La legge sulla difesa del suolo è arrivata dopo ventitre anni dall'alluvione di Firenze, che non era la prima drammatica storia di un fiume che esonda in questo Paese; la prima legge sismica è arrivata in Italia nel 1974 dopo il terremoto del Belice ma subito prima di quello del Friuli e dell'Irpinia. E con il terremoto dell'Irpinia si è avviato un lungo e faticoso processo di normazione del progettare e del costruire che, forse, ancora non trova un suo equilibrio ? e sono trascorsi altri 35 anni.

Insomma sembra quasi che sia sempre in atto una gara tra ciò che l'uomo può e deve fare per prevenire danni e vittime e ciò che la natura continua inesorabilmente a compiere.

Ma se le categorie tecniche, con la loro intelligenza, con la loro conoscenza di processi e dinamiche, di luoghi e storie, di potenzialità e prospettive non sono in grado di stimolare, dal basso, quel processo di svolta culturale che ormai è diventato auspicabile ed indispensabile, probabilmente assisteremo ancora a lutti ed a perdite. Assisteremo, impotenti, all'infrangersi dei sogni di intere generazioni che vorrebbero essere consapevoli di quante dissennatezze potrebbero compiere senza conoscenza, senza coscienza.

Lo sviluppo del territorio e la realizzazione delle opere dell'uomo devono basarsi su una conoscenza profonda delle dinamiche proprie della natura e dei pericoli che ad esse sono connessi. La coscienza è lo strumento critico a disposizione dei professionisti per operare, cercando, ad ogni costo, il miglior compromesso tra progresso e sicurezza. Le norme, in questo scenario, rappresentano lo strumento per operare secondo le regole. Regole spesso non rispettate, a volte inapplicabili, ma sempre, inevitabilmente, troppo vecchie e non al passo con i tempi che cambiano"
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A cura di Gianluca Oreto - -