Efficientamento energetico e Sostenibilità ambientale per il futuro dell'edilizia

Usciti dalle caverne, ripari talvolta decorati, non abbiamo mai più smesso di costruire e credo mai smetteremo. L'edilizia continua ad essere la più grande i...

di Danilo Maniscalco - 27/06/2017
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Efficientamento energetico e Sostenibilità ambientale per il futuro dell'edilizia

Usciti dalle caverne, ripari talvolta decorati, non abbiamo mai più smesso di costruire e credo mai smetteremo. L'edilizia continua ad essere la più grande industria del pianeta e mentre paesi virtuosi hanno saputo guardare il futuro negli occhi costruendo rinnovato valore, l'Italia tende a detenere il primato tra gli ultimi della classe.

Il futuro è già presente da decenni e si chiama sostenibilità ambientale, questa grande sconosciuta! Ma di cosa si tratta veramente e soprattutto perché è così importante?

È un vero e proprio cambio culturale che contempla l'uso del buon senso nella prassi costruttiva di nuova edilizia e nell'efficientamento energetico delle vecchie costruzioni.

Già, perché se è vero che non possiamo assolutamente rinunciare alla bellezza dei nostri edifici, segno distintivo del Made in Italy dalla classicità ad oggi come ha recentemente ricordato Mario Cucinella, non possiamo più permetterci questo ritardo culturale che oltre a rappresentare una maggiore uscita economica personale, si traduce in un peggioramento ambientale continuo che non giova a nessuno.

Gli edifici residenziali e terziari, pubblici e privati, assorbono infatti il 40% circa della domanda energetica finale. In parole povere, la macchina da abitare, in riscaldamento e raffreddamento, ci costa in termini energetici più della macchina che adoperiamo per spostarci da un punto all'altro per spostare noi stessi e\o merci.

Non è un mistero per nessuno infatti, indipendentemente dal luogo di residenza il sopportar caldo d'estate e freddo d'inverno all'interno di edifici costruiti già nel dopoguerra con caratteristiche e sensibilità culturalmente distanti anni luce il rispetto dell'ambiente che tutti viviamo e da cui non è dato poter prescindere.

Ma cosa fa un edificio bio-sostenibile di così importante rispetto alla edilizia del recente passato? Semplice da potersi spiegare ad un bambino di scuola elementare. Limita il più possibile le dispersioni termiche e lo fa attraverso la combinazione e l'utilizzo di materiali coibenti più disparati e sistemi passivi di protezione delle parti di edificio più esposte all'impatto diurno diretto del sole quale può essere ad esempio una schermatura di elementi di opportuno rivestimento delle pareti stesse, dei frangisole.

Il primo pensiero va alle architetture di Frank Lloyd Wright, alle sue schermature calibrate per generare ombre imponenti e funzionali dalla grande rilevanza estetica.

Strutture che Louis Kahn propose in tempi non sospetti ad esempio per il consolato americano di Luanda persino sul tetto o che Le Corbusier anticipò nell'innovativo concetto di tetto giardino che introduce un altro importante parametro di riferimento, cioè il riciclo e ricircolo delle acque meteoriche da utilizzare per usi prevalentemente domestici o botanici.

L'utilizzo di materiali naturali ma soprattutto della tradizione locale, capaci di non incidere ad esempio sul trasporto degli stessi, oltre che qualificare una architettura regionalista dal punto di vista della ricerca estetica, a lungo andare produce sostanziali miglioramenti complessivi.

Naturalmente dobbiamo ripensare i nostri edifici, anche e soprattutto in termini di luoghi sociali verdi in cui lo scambio con un microclima adatto sia capace di generare veri e propri habitat e non più alveari asociali.

Dal dopoguerra ad oggi, con piccole eccezioni abbiamo infatti ragionato in termini di isolamento della singola costruzione senza pensare al valore sociale, estetico e funzionale dell'ambiente connettivo, anch'esso un servizio al benessere della collettività, perché spazi ciclopedonali, arredo urbano, filari di alberi, giardini, prati più o meno attrezzati per il gioco come lo sport, oltre ad essere i grandi assenti della pianificazione, rappresentano l'essenza stessa dell'ambiente che siamo chiamati a tutelare e tramandare alle future generazioni così come recita espressamente l'articolo 9 della nostra Costituzione!

Questi habitat eccellenti, sono edifici belli, a impatto zero o prossimo allo zero, con consumi bassissimi soprattutto quando oltre al riuso delle acque ed alle limitazioni delle dispersioni termiche, si associ la tecnologia delle energie rinnovabili come i pannelli solari da copertura o parete e/o il solare-termico o altri sistemi comparabili per l'autonomia energetica individuale.

Materiali e tecnologie sono già da tempo a disposizione di tecnici e cittadini ma la vera sfida, quella epocale, si gioca sul piano politico perché solo il primato di una governance lungimirante e capace, è in grado di rimettere la macchina edilizia in moto costruendo per la prima volta un inscindibile legame tra edilizia e sostenibilità ambientale.

Riconvertire edilizia energivora in edilizia quasi indipendente sotto il profilo energetico, processi di rigenerazione urbana solidali alla tecnologia bioedile, consumo di suolo zero e comunque stop ad edifici che non siano scientificamente sostenibili, sono traguardi eticamente necessari, funzionali allo sviluppo economico ma di matrice ambientale.

Nel suo libro Il futuro della vita, Edward Wilson ci mette in guardia da questa brutta idea tipicamente umana di considerare noi stessi come una specie separata dall'ambiente di cui facciamo parte. Se questa considerazione era comprensibile per i fuoriusciti dalle caverne, oggi a fronte di una umanità che supera i sette miliardi di anime, appare indispensabile uno sterzare in direzione di un cambiamento che prima d'esser scientifico e tecnologico, sappia essere concretamente cambio culturale.

È la sfida di oggi, quella a cui come cittadini siamo tutti chiamati a dar risposta comune e identitaria.

Se al ciclo produttivo dei rifiuti e all'uso di tecnologia intelligente, non sapremo associare una macchina da abitare sostenibile, avremo forse vinto qualche battaglia ma perso in partenza la guerra.

A cura di Arch. Danilo Maniscalco 

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