Tariffe e Decoro: i professionisti sono indispensabili per lo sviluppo del Paese?

02/02/2015

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La prima tutela del decoro e della dignità professionale dovrebbe partire dai professionisti stessi che dovrebbero richiedere compensi adeguati alle prestazioni. Questo almeno in teoria e se vivessimo in un mondo perfetto. Nella realtà dei fatti è stato sufficiente l'arrivo di una serie di norme che hanno eliminato i minimi tariffari per far decadere un principio cardine che avrebbe dovuto rappresentare ogni professione intellettuale: il decoro.

L'ultima barriera è stata abbattuta dal Consiglio di Stato che, respingendo un ricorso del Consiglio Nazionale dei Geologi, ha confermato che i liberi professionisti intellettuali possono essere qualificati come impresa e che l'obbligo di commisurare il compenso al decoro professionale rappresenta una surrettizia reintroduzione dei minimi tariffari, eludendo così l'abolizione degli stessi disposta dal legislatore (art. 2 decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito in legge 4 agosto 2006, n. 248; art. 9 del decreto legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito in legge 24 marzo 2012, n. 27), con i conseguenti effetti restrittivi della concorrenza (leggi articolo).

Nessun decoro per i compensi dei professionisti.

Abbiamo chiesto a Gian Vito Graziano Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi di commentare per poi questa sentenza.

Il commento del Presidente Gian Vito Graziano
"Rispondo alla vostra richiesta di commentare una sentenza nella quale si è accuratamente evitato di entrare nel merito di una diversità oggettiva tra l'attività intellettuale e quella commerciale e che appare annunciata nell'aver seppellito definitivamente la possibilità di legare il decoro alle regole della professione.

Procediamo con ordine. Era l'ottobre del 2012 quando da queste pagine scrivevo che noi professionisti abbiamo la presunzione di pensare che i nostri servizi, per la loro natura intellettuale, siano indispensabili allo sviluppo del Paese, mentre, ormai ne siamo certi, questo ruolo di servizio non solo non è percepito come tale, ma persino le norme che ne regolano il funzionamento erano e sono ancora viste da alcuni come ostacolo alla crescita economica. A costoro poco importa che siano soprattutto i più giovani a rimanere fuori dal mercato dei servizi, che siano gli stessi giovani a trovarsi costretti a cancellarsi dagli albi professionali, che questo, e tanti altri, siano un segno evidente di un malessere prima di tutto economico, ma legato anche ad uno scoramento per la incerta prospettiva del futuro delle professioni. A costoro poco importa dei problemi che attanagliano la professione, che siano il compenso, i ribassi, i bandi o la conseguente chiusura degli studi professionali. A costoro, per farla breve, poco importa delle professioni.

Tuttavia pensavo, con una fiducia mal riposta, che l'Autorità Garante per la Concorrenza dovesse, prima o poi, occuparsi delle professioni e soprattutto delle tante anomalie che gli Ordini professionali sottoponevano alla sua attenzione e che creavano, quelle si, restrizioni del mercato sin troppo evidenti.

Ma mi sbagliavo al punto che l'Autorità individuava proprio nelle professioni la causa di tanti mali alla nostra economia, legati noi professionisti come ancora siamo, a concetti pericolosi e nocivi del libero mercato, quali appunto il decoro. Dimenticava peraltro l'Autorità garante che il ritenuto effetto restrittivo della concorrenza è conseguenza di norme di legge e di regolamenti, ai quali si riconduce la natura giuridica del codice deontologico, per cui essa avrebbe dovuto segnalare al Parlamento questa situazione a suo dire distorsiva, cosa che non ha mai fatto, preferendo piuttosto comminare nel 2010 una pesante, ma sommaria, sanzione economica al Consiglio Nazionale dei Geologi, reo di aver voluto lasciare l'indecoroso termine "decoro" nel suo nuovo codice deontologico.

Questi ultimi anni sono stati lo specchio di una assoluta assenza di regole e troppe volte anche di un decadimento grave della professione intellettuale e dell'etica professionale, per far fronte alle quali forse un po' di decoro, quello che è nel bagaglio degli esseri umani insieme a quello codificato in regole scritte, non avrebbe proprio fatto male.

L'Autorità, nella determinazione della sanzione al Consiglio Nazionale dei Geologi, ha voluto considerare l'Ordine professionale una associazione di imprese e non, come in realtà, di professionisti intellettuali. In altri termini, secondo questa impostazione, i liberi professionisti possono essere qualificati come impresa in quanto offrono sul mercato in modo indipendente e stabile i propri servizi professionali e di conseguenza gli Ordini professionali possono essere qualificati come associazioni di imprese e il loro codice deontologico come una deliberazione suscettibile ad essere sindacata ai sensi del diritto dell'antitrust.

Questo è quello che ancora oggi ritengo un grave impoverimento culturale e persino sociale ed è stata questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso, motivo per il quale proprio da una categoria numericamente ed economicamente piccola, si è voluto intraprendere una battaglia legale, che non voleva dunque soltanto difendere l'ormai stantio, secondo alcuni, concetto di "decoro", ma voleva sancire l'oggettiva diversità tra l'attività intellettuale e quella commerciale. Una strenua difesa della professione, non solo quella di geologo, ma tutte quelle intellettuali, mossi non solo dalla convinzione, ma anche, lasciatemi dire, dall'amore per essa.

E' iniziato così il percorso che tutti conoscete, con il Consiglio Nazionale dei Geologi che impugna al TAR le delibere con le quali era stato multato nel 2010 e il TAR che respinge il ricorso confermando in buona sostanza la tesi dell'Antitrust.

Proposto allora ricorso al Consiglio di Stato, il 13 marzo 2012 questo propone domanda di pronuncia pregiudiziale alla Corte di Giustizia Europea, che infine emette la sentenza che commento in queste pagine. Poiché mi hanno insegnato che le sentenze si accettano, mi resta solo il diritto di commentarla brevemente, deluso dal constatare l'aver voluto evitare di esaminare la differenza, sin troppo oggettiva, tra attività intellettuale e attività commerciale. Come non pensare che questo costituisce la prova concreta, l'ennesima ma la più pregnante, della subalternità del mondo delle professioni alle regole di un mercato privo di scrupoli e di ammortizzatori per chi svolge un lavoro esposto a tutte le possibili intemperie economiche e commerciali? I termini del problema a mio parere non stanno solo nella questione del decoro introdotto in ambito deontologico, dovendo prendere atto, come recita la sentenza, che la tutela del consumatore è già adeguatamente perseguita dall'ordinamento nazionale tramite strumenti che non richiedono l'attribuzione di alcun potere di vigilanza sul professionista all'Ordine professionale.

I termini del problema stanno nel fatto che le attività lavorative svolte in forma autonoma sono mal tollerate da chi dall'economia commerciale trae un vantaggio di arricchimento economico, che però non coincide e mai potrà farlo con l'arricchimento culturale, tecnico e scientifico del nostro Paese. Anche di questo dobbiamo prendere atto, ma è proprio questo inaridimento che come Consiglio Nazionale dei Geologi abbiamo voluto combattere, con l'orgoglio di averlo fatto strenuamente a difesa della professione intellettuale.

Non so cosa ci riserva il futuro, ma guardo al presente con grande preoccupazione, vedendo le professioni intellettuali annaspare entro pericolose sabbie mobili. Ho fiducia che l'Antitrust comprenda che se un giorno le professioni soccombessero definitivamente alle sole regole del commercio, sparirebbero quelle differenze qualitative, frutto dell'intelletto, che sono vitali nel mondo del lavoro"
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