Giovan Battista Santangelo

24/01/2018

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Erano anni eroici quelli della Belle Époque, persino quelli del suo crepuscolo, quando la ricca borghesia che non poteva o voleva permettersi i progetti di Ernesto Basile, finiva per affidare comunque i propri "desiderata" agli allievi del maestro modernista in quanto epigoni di un fare eminentemente dal respiro europeo, oggi lo chiamiamo "gusto" o moda.

Francesco Paolo Rivas, Vincenzo Alagna, Salvatore Benfratello, Ernesto Armó, Salvatore Caronia Roberti, Giovan Battista Santangelo i protagonisti più esposti al gusto liberty creato da Basile e che faceva delle nascenti Via Libertà e Notarbartolo, le icone di una travolgente bellezza alla maniera di  capitali del gusto europeo come Vienna. Ma anche la costruzione della via Roma e degli edifici a ridosso del ring del vecchio circuito murario spagnolo furono protagonista di questa costruzione tecnica ed estetica di grande bellezza.

Un proliferare sequenziale di Villini e palazzi al centro di lotti dai giardini lussureggianti, capaci di rappresentare un continum di habitat a destra e sinistra dei due viali di concezione ottocentesca ma dal fortissimo slancio modernista, da attraversare lentamente al ritmo di carrozze e cavalli e dalle prime automobili, inebriati dai profuni di una Conca d'Oro ancora generosamente caratterizzata dall'odore di gelsomino e zagara, in cui palesata era la dimensione spirituale del rapporto tra natura e costruito, segno del portato art nouveau (floreale).

Di questi pionieri progettisti, tutti formatisi alla regia scuola di ingegneria dove insegnano i Basile per oltre mezzo secolo, abbiamo perso la memoria mentre il sacco edilizio si occupava dell'olocausto liberty sostituendo la bellezza e la misura con la banalità del cemento armato condominiale. Malgrado la mattanza diffusa, qualcosa si è salvato e se il Villino Sergio in Via Isidoro la Lumia entra a far parte di questo elenco infinito, non c'è cittadino palermitano che ogni giorno non traguardi un frammento di ciò che rimane posando lo sguardo sul "castello" di Monte Pellegrino, il Palazzo Utveggio, stiamo parlando di Giovan Battista Santangelo.

Concentriamo oggi la nostra attenzione sul suo profilo, in quanto il 31gennaio, saranno passati oltre cinquant'anni dalla sua scomparsa persino dal pantheon dei più illustri protagonisti della costruzione della nostra bellezza urbana.

L'architetto-ingegnere Santangelo si laurea nel 1913 a 22 anni, è in organico allo I.A.C.P. del Comune di Palermo per cui progetta e realizza unitamente a Luigi Epifanio il Quartiere Littorio, oggi Matteotti, apprezzato dalla critica architettonica quale splendido brano di città giardino attestatosi sul finire della Via Libertà, caratterizzato da un fortissimo principio insediativo e dal rapporto calibrato tra costruito e spazi verdi e pedonali.

Se nel villino Sergio sfiora il tributo alla Villa Deliella del maestro, nel Palazzo-cinema Massimo-Biondo a Piazza Verdi, due anime si fondono in un simposio artistico e tecnico travolgente. Se da un lato l'impaginato dei prospetti rimanda a un'eco palesemente secessionista viennese in cui il partito decorativo concorre all'eleganza di un più austero sistema di sviluppo planimetrico aggettivato dalle soluzioni angolari ricurve, la genialità del principio strutturale di questa grande struttura mista, ricorda la gestione delle masse e delle luci di Auguste Perret e Pierluigi Nervi soprattutto nell'ultimo solaio di copertura laterocementizio nervato e privo di pilastri centrali ma solidale con il cordolo perimetrale di irrigidimento.

Qui palesato come un capitolo di scienza costruttiva, resta il portato  transregionale della ricerca individuale di Santangelo che in quegli stessi anni, lega come ricorda Sergio Poretti, la produzione di questi straordinari ingegneri-progettisti formatisi alla risoluzione sperimentale di problemi sempre nuovi e spesso ancora non codificati. Incredibili le capriate di cemento armato prive di quadri fessurativi o di altre patologie di degrado.

Ma Santangelo, è qualcosa di più nel panorama cittadino, egli è il progettista dello Stadio di Calcio, almeno dell'edificio prima delle trasformazioni subite per i mondiali di Italia 90.

Progetta diversi edifici di edilizia economica e popolare in via Terrasanta, un Condominio in Corso Tukory già in cemento armato, a ridosso del tracciato delle mura spagnole, il Palazzo Zampardi, il Palazzo Savona ad angolo tra la via Roma e il Cassaro, una stazione radiofonica nel quartiere Uditore, la chiesa del Sacro Cuore in via Noce.

Anche lui come tutti i suoi colleghi, è un raffinato progettista di cappelle funerarie.

Anche lui come i suoi illustri coevi colleghi meriterebbe maggiore rispetto ed una misura della memoria sicuramente più viva, capace di trasmettere il valore del primato culturale sull'abbandono che alimenta il degrado.

A cura di Arch. Giulia Argiroffi
Arch. Danilo Maniscalco
Ing. Gianluca Oreto

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