Consulenze gratuite: la bufera continua

Non si fermano le polemiche dopo la sentenza del Consiglio di Stato sulla legittimità degli incarichi gratuiti. Ecco i pareri di OICE e INARSIND

di Redazione tecnica - 15/11/2021
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Consulenze gratuite: la bufera continua

Continua la bufera sulle consulenze a titolo gratuito, che secondo il Consiglio di Stato, sono fornite legittimamente alle pubbliche amministrazioni. Dopo la reazione di Confprofessioni, anche OICE interviene nel merito, chiedendo che “Il Palamento intervenga urgentemente per tutelare la dignità dei professionisti singoli e organizzati”.

Consulenze a titolo gratuito legittime: la reazione di OICE

Anche l’associazione confindustriale delle società di ingegneria e architettura esprime infatti la propria preoccupazione per le ricadute sul settore dell’ingegneria e architettura dei principi affermati nella sentenza n. 7442/2021 del Consiglio di Stato.

Secondo Palazzo Spada, gli incarichi di consulenza a titolo gratuito sono legittimi e non ledono la dignità professionale di chi li ha accettati. Per altro, se nessun compenso è previsto, non è possibile applicare la disciplina dell’equo compenso e, al professionista può bastare la “sicura gratificazione e soddisfazione personale per avere apportato il proprio personale, fattivo e utile contributo alla “cosa pubblica”.

Gabriele Scicolone, Presidente OICE ha quindi dichiarato che “pur rilevando che la sentenza riguarda consulenze legali, non possiamo non notare come si tratti di una vicenda assolutamente assurda e dagli effetti potenzialmente devastanti se traslati in settori come quelli della progettazione e dei servizi tecnici. Nel nostro settore sono in ballo principi come la sicurezza dei cittadini, che esigono che chi progetta debba assicurare qualità e professionalità elementi che, a loro volta, sono frutto di investimenti in formazione, ricerca e innovazione”.

Secondo Scicolone, l’assenza di compenso può anche generare “dinamiche opache, non consone al settore pubblico ove non riteniamo debbano essere fatti passi indietro in termini di trasparenza e concorrenza, regole auree da difendere”, concludendo che è necessario chiedere “a tutte le forze parlamentari di intervenire normativamente per inserire a chiare lettere nell'ordinamento italiano una disposizione che vieti prestazioni professionali rese gratuitamente e non eque nell'ambito delle attività professionali in generale e soprattutto in quelle tecniche a tutela della sicurezza degli individui sia nel settore pubblico, sia in quello privato. Ne va della dignità dei lavoratori e della sicurezza dei cittadini".

Consulenze gratuite: le riflessioni di INARSIND

Quello del mancato (equo) compenso non è un problema nuovo: anche INARSIND lamenta quanto sancito dalla sentenza n. 4614/2021 del Consiglio di Stato, che ha annullato la precedente sentenza del TAR Calabria sull’illegittimità dell’affidamento di incarico gratuito da parte di un Comune.

Nel farlo, guarda la questione da un interessante punto di vista, ossia i rapporti tra liberi professionisti e la Pubblica Amministrazione. Lo scenario che si delinea, secondo Inarsind  “è alquanto inquietante, in quanto lascia piena libertà agli enti di decidere secondo il loro pensiero su quali siano i bandi remunerabili (e quindi meritevoli di essere retribuiti ) e quali no, effettuando un discrimine sul concetto di lavoro e quindi intervenendo in sfregio ai principi cardine di quanto disposto dalla costituzione italiana”.

Inarsind sottolinea che spesso la “gratuità” si nasconde dietro la funzione del risparmio della pubblica amministrazione, giustificazione ad esempio addotta, nel caso in esame, col parere preventivo chiesto alla Corte dei Conti. Una prassi del genere è accettabile solamente in una ottica di contenimento delle spese della Pubblica Amministrazione, ma deve avvenire nel rispetto di regole, norme e dignità personale e professionale degli interessati.

L’Associazione inoltre invita a una riflessione sulla posizione “scomoda” dei professionisiti dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni: sarebbe il caso di scindere le carriere professionali di liberi professionisti e dipendenti poiché esse perseguono fini differenti, che in questo caso diventano contrastanti. Un architetto dirigente ha adempiuto al suo dovere di dipendente pubblico, ovvero cercare di ottenere il risultato col minor dispendio economico per l’Amministrazione, ma ha dimenticato di essere un architetto e soprattutto ha completamente misconosciuto il ruolo sociale che l’architetto ricopre. Perché, conclude INARSIND nell’intervento a firma dell’arch. Natalia Guidi e dell’ing. Saverio Foti, anche se sicuramente un iscritto all’albo è tenuto, per ragioni deontologiche, a compiere il proprio incarico al meglio in qualsiasi condizione, oppure a rinunziarvi, sicuramente un affidamento gratuito di una prestazione pianificatoria espone lo stesso partecipante a rischio di pressioni considerevoli.

È chiaro il richiamo all’articolo 20 del Codice deontologico degli Architetti: “La rinunzia, totale o parziale del compenso è ammissibile soltanto in casi eccezionali e per comprovate ragioni atte a giustificarla. La rinunzia totale o la richiesta di un onorario con costi sensibilmente ed oggettivamente inferiori a quelli di loro produzione e di importo tale a indurre il committente ad assumere una decisione di natura commerciale, falsandone le scelte economiche, è da considerarsi comportamento anticoncorrenziale e grave infrazione deontologica”.

Un coro di voci si sta alzando unanime, in ogni ramo del settore: la necessità di una norma chiara e definitiva sull’equo compenso si fa sempre più pressante.

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