Superbonus 110% e cessione del credito: la qualità normativa e le scelte politiche

Tra errori normativi e scelte politiche sbagliate il comparto dell'edilizia, vittima incolpevole e inconsapevole, attende risposte immediate per lo sblocco dei crediti edilizi

di Gianluca Oreto - 07/12/2022
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Superbonus 110% e cessione del credito: la qualità normativa e le scelte politiche

Quando a maggio 2020 fu pubblicato il Decreto Legge n. 34/2020 (Decreto Rilancio), il comparto delle costruzioni veniva da oltre un decennio di recessione e una crisi pandemica che stava ulteriormente mettendo in ginocchio l'economia italiana.

La qualità normativa

Le prime versioni degli articoli 119 e 121 (chiariamolo subito) erano piene di imprecisioni ed errori di prospettiva frutto dell'ignoranza di chi ha provato a definire una misura fiscale che doveva coinvolgere un settore che il legislatore conosceva evidentemente molto poco (e male).

Ricorderete tutti i primissimi problemi tra i quali cito solo:

  • la mancata definizione di accesso autonomo e indipendenza funzionale;
  • il disallineamento temporale tra interventi trainanti e trainati;
  • il problema delle difformità edilizie;
  • le sanzioni penali;
  • l'assicurazione professionale;
  • l'utilizzo della cessione del credito sui bonus senza controllo né limite di spesa;
  • l'assenza di un codice identificativo del credito;
  • la mancata previsione di controlli preventivi.

Errori in parte risolti (a forza di correttivi ed interpretazioni dell'Agenzia delle Entrate) ed in parte rimandati a quando tra qualche anno molti nodi cominceranno a stringersi sempre di più.

Difetti di formulazione a parte, sarebbe opportuno ricordare anche che dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto Rilancio, il comparto delle costruzione è rimasto "sequestrato" 139 giorni prima che il quadro normativo si completasse con la pubblicazione dei provvedimenti necessari per dare attuazione a queste norme (il 5 ottobre 2020 sono arrivati i due Decreti del MiSE "Requisiti tecnici" e "Asseverazioni"). Questo ad ulteriore conferma di quanto sbagliato sia l'utilizzo del Decreto Legge per intervenire in materia come l'edilizia.

Gli effetti...nonostante tutto

Ciò premesso (ed era doveroso farlo), è bene anche ammettere che da scelte poco consapevoli e una qualità normativa al limite, per la prima volta da quando ho memoria, il Paese era riuscito a dotarsi di una misura fiscale i cui benefici sono stati sufficientemente raccontati dai rapporti di Nomisma, Censis, Ance e Centro Studi del CNI.

Report dai quali si è visto che 55 miliardi di euro di interventi (corrispondenti a 60 miliardi di euro di detrazioni) hanno generato:

  • 900.000 nuovi posti di lavoro;
  • 848 milioni di gettito irpef;
  • 115 miliardi di euro di investimenti.

Numeri che secondo questi rapporti avrebbero ripagato il 70% del costo a carico dello Stato.

Le scelte politiche

Come premesso, la scarsa qualità delle prime versioni degli artt. 119 e 121 del Decreto Rilancio ha portato problematiche, soprattutto in termini di frodi fiscali attuate ad arte da chi aveva capito il meccanismo e sfruttato le falle sui bonus minori.

Da qui è cominciata una fase confusa di cambi normativi in cui era evidente quale fosse la scelta politica: bloccare tutto. Non se ne conoscono le motivazioni anche perché:

  • il problema delle frodi era stato risolto con il Decreto Legge n. 157/2021 (Decreto antifrode);
  • i benefici erano decisamente maggiori dei costi;
  • il pil per la prima volta era in forte crescita.

Ciononostante, a causa dei continui cambi normativi e di scelte poco lungimiranti del legislatore, imprese e professionisti (che a maggio 2020 erano stati invitati a lavorare applicando lo sconto in fattura) si sono ritrovati vittime incolpevoli e inconsapevoli di un sistema che si è inceppato.

Bloccate le cessioni dei crediti, imprese e professionisti hanno realizzato lavori guadagnando solo crediti fiscali che non potranno essere utilizzati per pagare le Ri.Ba. di fine mese, gli operai o le tasse. L'altra faccia della medaglia è rappresentata dai contribuenti che, pur di riuscire ad intervenire sulle loro abitazioni, si sono indebitati confidando nella cessione diretta del credito.

Conclusioni

Il momento è particolare perché alla disperazione degli edili sembra che la politica voglia rispondere solo con comunicati e dichiarazioni che di concreto non hanno nulla.

Prima si parlava di frodi ed è stato dimostrato che sul superbonus frodi non ce ne sono state.

Dopo aver risolto il problema delle frodi sui bonus minori la scelta politica è stata quella di bloccare le cessioni.

Poi le cessioni sono state riaperte a 4 ma al contempo si è avviata una campagna mediatica contro il superbonus senza precedenti ed è arrivata la famosa circolare del Fisco che ha creato ad arte il problema (inesistente) della responsabilità solidale.

Dopo ancora sono arrivate le dichiarazioni sul costo del Superbonus, salvo poi essere state smentite dai fatti e dai citati report.

Infine la Cassazione ha evidenziato il problema relativo al sequestro preventivo.

In tutto questo si dovrebbe solo comprendere che in questi 31 mesi di applicazione della norma è possibile (e doveroso) distinguere 2 distinte fasi:

  • una prima di start up in cui alcuni cessionari non sono riusciti a cogliere le criticità di questo meccanismo, acquistando crediti senza l'opportuna accortezza (ed è qui che sono nate le frodi di cui si parlerà per i prossimi anni a forza di sentenze);
  • una seconda fase di maturazione in cui la normativa è stata migliorata ed i controlli hanno cominciato ad essere più accurati (con la conseguenza che frodi ne avremo di meno.

Arrivati a maturazione normativa, la scelta politica è stata quella di bloccare tutto quando sarebbe stato importante proprio in questa fase utilizzare tutte le forze dello Stato per portare a termine un progetto che, nonostante gli errori e le difficoltà, ha cambiato profondamente il comparto delle costruzioni e sul quale, volenti o nolenti, si dovrà ancora fare parecchio per evitare uno schianto economico senza precedenti.