Decreto semplificazioni: Abbiamo scherzato; improponibili 60 emendamenti su 85

29/01/2019

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Ieri mattina l’Aula de Senato ha iniziato la discussione sulla conversione in legge del decreto-legge 14 dicembre 2018, n. 135 recante “Disposizioni urgenti in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e per la pubblica amministrazione” (cosiddetto “de creto semplificazioni”).

Dopo l’intervento dei relatori, senatori Coltorti e Pirovano sugli articoli e sugli emendamenti e dopo la relazione di minoranza del senatore D'Arienzo è stata presentata dal sen. Malan la pregiudiziale di costituzionalità che è stata respinta. Successivamente il Presidente del Senato Casellati, valutati gli emendamenti alla luce dell'articolo 97 del Regolamento e della giurisprudenza costituzionale sui decreti-legge, ha specificato quali emendamenti approvati dalle Commissioni riunite sono ammessi alla votazione (1.34, 1.44, 1.0.500, 2.1000, 3.47, 3.500, 3.0.8. 3.0.81, 3.0.136, 3.0.700, 4.3, 4.0.1000, 8.500, 8.0.3, 8.0.500, 9.0.41, 9.0.500, 10.0.1000, 11.0.43, 11.0.95, 11.0.172, 11.0.500, 11.0.600, 11.0.1000) e ha dichiarato gli altri improponibili.

In pratica è possibile affermare che è stato quasi azzerato il lavoro delle due commissioni riunite 1a ed 8 a del Senato che dopo un lavoro iniziato il 18 dicembre avevano approvato 85 emendamenti sui quali erano filtrate le perplessità del Quirinale rispetto ai contenuti del testo originario che durante il passaggio in commissione era stato integrato con norme troppo eterogee a tal punto che avrebbe potuto definirsi un “decreto omnibus”.

Degli 85 emendamenti approvati in commissione dopo la scure del Presidente del Senato ne sono rimasti soltanto 24.

L’articolo 5 del provvedimento che riguarda le “Norme in materia di semplificazione e accelerazione delle procedure negli appalti pubblici sotto soglia comunitariaè rimasto nella versione originaria senza alcun emendamento ed è semplice notare come l’unico articolo che avrebbe potuto essere integrato ed emendato senza incorrere in perplessità del Quirinale e senza alcun problema di improponibilità e di inammissibilità di cui all’articolo 97 del Regolamento del Senato sarebbe stato proprio l’articolo 5 che avrebbe potuto contenere quelle modifiche al Codice dei contratti ritenute da più parti necessarie ed urgenti; ma così non è stato perché nella trattazione in commisisone tutti gli emandamenti all’articolo 5 presentati dalla maggioranza sono stati ritirati mentre quelli presentati dalle opposizioni sono stati respinti anche in riferimento alla dichiarazione del Senatore Patuanelli che nel corso della seduta n. 8 del 21 gennaio 2019 delle due commissioni riunite (1a ed 8 a) ha dichiarato “che è intenzione del Governo e delle forze politiche di maggioranza procedere al varo di una legge delega relativa alla revisione del codice dei contratti pubblici. Parallelamente, si procederà al varo di un disegno di legge volto, nelle more della riforma generale della disciplina, a introdurre nell'ordinamento le disposizioni più urgenti, al fine di venire incontro alle numerose ed impellenti esigenze rappresentate dagli operatori economici”. Il Governo, quindi, a distanza di 8 mesi dall’insediamento e dopo tanti annunci (leggi articolo) sembra che abbia deciso di intraprendere due strade paralle che speriamo siano convergenti e che sono quelle di un primo disegno di legge per le disposizionioì più urgenti e di un disegno di legge delega relativo alla revisone del Codice dei contratti.

Resta il fatto che le disposizioni più urgenti avrebbero potuto essere inserite nel decreto-legge 14 dicembre 2018, n. 135 (come in un primo tempo era stto fatto nelle bozze originarie circolate del dl semplificazioni) o negli emendamenti presentati in occasione della conversione in legge del decreto-legge e che il disegno di legge delega relativo alla revisione del Codice dei contratti mentre è stato approvato (soltanto formalmente) dal Governo nella seduta n. 32 del 12 dicembre 2018, a tutt’oggi, a distanza di oltre 45 giorni dalla seduta del Consiglio dei Ministri, il testo dello stesso non è stato inviato al Parlamento. La verità è, forse, di un Governo che dopo 8 mesi non ha deciso ancora quale strada prendere per le modifiche al Codice che, sono, ormai, improcrastinabili anche per la lettera di costituzione in mora inviata dalla UE all'Italia, aprendo, formalmente una procedura d’infrazione sul Decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50.

In allegato gli emandamenti ammessi alla votazione.

A cura di Redazione LavoriPubblici.it

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