Riforma delle professioni: il CNI interviene su competenze, accesso ed equo compenso
Le proposte del Consiglio Nazionale degli Ingegneri sul ddl 1663 tra nuovi rischi tecnologici, formazione abilitante e tutela del lavoro professionale
Aggiornamento delle riserve di competenza di legge per i nuovi settori dell’ingegneria industriale e dell’informazione, riforma dell’accesso alla professione di ingegnere, equo compenso.
Sono particolarmente rilevanti e più che mai attuali i temi affrontati dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri in audizione presso la Commissione Giustizia del Senato, nell’ambito dell’esame del DDL 1663, con delega al Governo per la riforma della disciplina degli ordinamenti professionali.
L’intervento del Presidente Angelo Domenico Perrini ha infatti toccato tre nodi centrali che riguardano direttamente il lavoro quotidiano degli ingegneri, tre temi diversi ma tenuti insieme da un filo comune: la tutela della qualità della prestazione professionale e, di riflesso, della sicurezza collettiva.
Riforma delle professioni: l'audizione del CNI sul DDL 1663
Il primo punto affrontato riguarda un problema strutturale ben noto a chi lavora nei settori industriale e dell’informazione. L’attuale assetto delle competenze professionali degli ingegneri continua a poggiare sul Regio Decreto 23 ottobre 1925, n. 2537, una normativa pensata esattamente un secolo fa, quando la tutela della pubblica incolumità coincideva essenzialmente con la stabilità delle costruzioni e la trasformazione del territorio.
Non a caso, le riserve di competenza sono oggi chiaramente definite solo per l’ingegneria civile-ambientale. Nei settori industriale e dell’informazione, formalmente riconosciuti solo dal 2001 con la divisione dell’Albo in tre settori, si è invece affermata, come ha ricordato Perrini, una deregolamentazione di fatto, che consente lo svolgimento di attività estremamente complesse anche da parte di soggetti non iscritti all’Albo, privi di obblighi deontologici e di formazione continua.
Rispondendo sul punto al sen. Sergio Rastrelli, il Presidente del CNI ha spiegato come sia necessario inserire nel ddl un principio che equipari il rischio tecnologico e informatico al rischio sismico o statico. “Nel 2025 la pubblica incolumità non è minacciata solo dal crollo di un ponte, ma anche dal malfunzionamento di un algoritmo di Intelligenza Artificiale applicato alla medicina o alla guida autonoma, dalla vulnerabilità di una infrastruttura critica (rete elettrica, idrica, dati) soggetta ad attacchi cyber, dal grave deterioramento di un impianto industriale o dal guasto di un sistema robotizzato.”
Ha inoltre aggiunto che è necessaria una delega legislativa per istituire riserve di competenza esclusive anche per gli iscritti ai settori Industriale e Informazione dell’Albo, con obbligo di iscrizione per le attività che incidono su salute, sicurezza pubblica e gestione di dati sensibili. Un cambio di paradigma che riconosce, finalmente, che i rischi del presente non sono meno pericolosi di quelli “tradizionali”, solo perché meno visibili.
Accesso alla professione: formazione, tirocinio e qualità reale
Altro nervo scoperto toccato nel corso dell’audizione è quello relativo all’accesso alla professione di ingegnere. La proposta del CNI si muove lungo due direttrici principali.
Da un lato, l’introduzione di un tirocinio pratico-valutativo (TPV) interno al percorso universitario, con una durata congrua, il riconoscimento di CFU e lo svolgimento presso enti convenzionati, aziende qualificate o studi professionali. Un tirocinio vero, non simbolico, seguito da un doppio tutor: uno accademico e uno professionale iscritto all’Ordine.
Dall’altro, il passaggio a percorsi di laurea abilitante, che consentano di conseguire l’abilitazione contestualmente alla discussione della tesi, riducendo così la distanza, spesso artificiale, tra formazione universitaria ed esercizio professionale.
Su questo punto, però, Perrini ha sottolineato come la crescita esponenziale dei corsi di laurea in ingegneria erogati da atenei telematici imponga un controllo serio sulla qualità della formazione. L’eventuale estensione del percorso abilitante a questi corsi, ha chiarito, deve essere subordinata a obblighi di presenza certificata per le discipline caratterizzanti e per l’intero svolgimento del TPV. Un tema delicato, che riguarda direttamente la credibilità futura della professione.
Equo compenso: senza parametri, il mercato non tutela la qualità
Il terzo punto è forse quello che incide più direttamente sull’operato dei liberi professionisti: l’equo compenso. L’istituto oggi trova applicazione soprattutto nei rapporti con la Pubblica Amministrazione, mentre la gran parte delle prestazioni degli ingegneri avviene nei confronti di committenti privati.
In questo ambito, come ha ricordato il Presidente del CNI, la rincorsa al ribasso del costo delle prestazioni produce un doppio danno: la svalutazione del lavoro professionale e la ricaduta negativa sulla qualità dell’opera, a scapito della sicurezza del committente stesso.
Da qui la proposta di attribuire ai Consigli Nazionali, di concerto con il Ministero della Giustizia, l’aggiornamento periodico dei parametri ministeriali e di utilizzare lo stesso impianto procedurale anche per i rapporti tra professionisti e privati. Il problema, infatti, è strutturale: abolite le tariffe della legge del 1949, mancano oggi parametri oggettivi per valutare l’adeguatezza dei compensi nel mercato privato.
In particolare, per il CNI è necessaria la definizione legale della struttura del compenso, individuando una quota incomprimibile, non soggetta a ribasso, a garanzia della dignità del lavoro e della copertura dei costi. Come precisato da Perrini, devono rientrare in questa parte incomprimibile le spese vive e di gestione (strumentazione, software, assicurazione, formazione, utenze, personale) e gli oneri previdenziali e fiscali. Qualsiasi accordo al di sotto di questa soglia, ha ricordato, è nullo perché configura una prestazione in perdita, in violazione dell’art. 36 della Costituzione e con presunzione di lesione della qualità della prestazione.
Una riforma che riguarda tutti, non solo gli Ordini
In chiusura, Perrini ha richiamato il lavoro che il CNI sta portando avanti anche all’interno della Rete delle Professioni Tecniche, il cui documento conclusivo sarà depositato al termine del ciclo di audizioni.
Al di là dei tecnicismi, quella che emerge è la volontà di una riforma che vada oltre un riordino formale degli ordinamenti, toccando invece in concreto l’accesso alla professione, il perimetro delle responsabilità, il valore economico e sociale della prestazione intellettuale.
Se il confine tra una professione riconosciuta come presidio di competenza e sicurezza e un mercato dove tutto è negoziabile, anche a scapito della qualità, si sta sempre più assottigliando, l’esigenza è quella di rimarcare questa linea in maniera netta, a tutela sia dei professionisti che dei committenti.
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