L’analisi del Consiglio di Stato
Proprio per questo Palazzo Spada ha chiarito che le immagini tratte da Google Earth non erano state impiegate per accertare autonomamente l’epoca di realizzazione dei manufatti, ma per evidenziare la traslazione di uno di essi e l’ipotesi di un intervento di demolizione e ricostruzione.
La non preesistenza delle opere in epoca antecedente risultava, invece, dalle ortofoto storiche ufficiali disponibili sui portali istituzionali del Comune e sul SIT, strumenti che garantiscono certezza quanto alla datazione e alla genuinità delle immagini.
Google Earth ha dunque svolto una funzione meramente confermativa e descrittiva di accertamenti già compiuti attraverso archivi istituzionali, senza assurgere a fonte probatoria esclusiva. Il che significa, sul piano operativo, che il problema non è l’uso di Google Earth in sé, ma l’assenza, da parte del privato, di una prova alternativa altrettanto oggettiva.
Peraltro, ricorda il Consiglio, sebbene l’onere di fornire la prova dell’epoca di realizzazione di un abuso edilizio incomba sull’interessato, “la rilevanza a fini probatori delle risultanze di Google Earth è stata riconosciuta sia dalla giurisprudenza amministrativa che da quella penale, trattandosi di prove documentali che rappresentano fatti, persone o cose”.
Sul fronte opposto, l’appellante non aveva fornito un reale principio di prova oggettivo circa la preesistenza delle opere al 1967, limitandosi a prospettazioni ipotetiche e a dichiarazioni di parte, ritenute insufficienti sul piano probatorio.