Quadro normativo di riferimento
Per capire la portata di questa riforma bisogna ricordare da dove veniamo. La disciplina edilizia italiana è il risultato di una stratificazione normativa iniziata oltre ottant’anni fa. La Legge urbanistica n. 1150/1942 ha segnato il primo passo, introducendo lo strumento del piano regolatore generale. Venticinque anni dopo, con la Legge Ponte n. 765/1967, l’obbligo della licenza edilizia è stato esteso a tutto il territorio nazionale, segnando la fine della costruzione “libera” nelle aree fuori dai centri abitati.
Con la Legge Bucalossi n. 10/1977, l’edificazione è stata subordinata alla concessione edilizia e al pagamento di un contributo commisurato agli oneri di urbanizzazione e al costo di costruzione: un passaggio cruciale che ha legato il diritto di costruire alla corresponsione di un corrispettivo economico.
Nel frattempo, il D.M. 1444/1968 fissava i limiti inderogabili di densità edilizia, altezza e distanza tra fabbricati, parametri tuttora centrali per la pianificazione urbanistica.
Il percorso è poi sfociato nel d.P.R. n. 380/2001 (Testo A) mediante il quale si è proceduto ad una razionalizzazione e unificazione di due precedenti atti:
- il Decreto Legislativo n. 378/2001 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia edilizia – Testo B);
- il D.P.R. n. 379/2001 (Disposizioni regolamentari in materia edilizia - Testo C).
Ad oggi, il d.P.R. n. 380/2001 (unitamente a tutte le leggi di recepimento regionali) rappresenta il punto di riferimento principale che, nel corso dei suoi 24 anni di applicazione, è stato ripetutamente modificato (spesso tramite provvedimenti d’urgenza) trasformandolo in un mosaico incoerente.
Questa stratificazione normativa, più che garantire certezza, ha prodotto complessità e contraddizioni che oggi si tenta di ricomporre.