Le varianti in corso d’opera rappresentano uno dei punti più delicati nella gestione degli appalti pubblici. Se da un lato sono lo strumento necessario per fronteggiare imprevisti o circostanze sopravvenute, dall’altro rischiano di trasformarsi in una scorciatoia patologica per supplire alle carenze della fase progettuale, con inevitabili ricadute su costi, tempi e qualità dell’opera.
Non a caso, il legislatore le ha sempre ammesse solo in casi tassativi, a presidio del principio di immodificabilità del contratto e della tutela della concorrenza.
Carenze progettuali: il richiamo di ANAC sul ricorso alle varianti in corso d'opera
È in questo quadro che si inserisce l’atto del Presidente ANAC del 23 luglio 2025, fasc. n. 4063, con cui l’Autorità ha stigmatizzato le criticità emerse in un intervento di consolidamento e riqualificazione: cinque varianti approvate in corso d’opera, prive dei necessari requisiti di legittimità, hanno determinato un aumento dei costi del 45% e un prolungamento dei tempi del 28%, oltre all’introduzione di ben 66 nuovi prezzi.
Pur riconoscendo la complessità tecnica dell’intervento, l'Autorità ha evidenziato come l’intero iter sia stato condizionato da una conoscenza iniziale del manufatto e del sito gravemente insufficiente, con particolare riferimento a:
- una campagna di indagini limitata a pochi sondaggi a campione, senza una pianificazione sistematica, nonostante il ponte presentasse differenze geometriche e meccaniche tra arcate e persino all’interno della stessa campata;
- un approfondimento del sito: una più estesa campagna preventiva avrebbe permesso di individuare da subito la tecnologia di palificazione più adeguata e di ricostruire l’esatta geometria del ponte, comprese le due arcate interrate rinvenute solo in fase esecutiva.
Secondo l’Autorità, tali carenze hanno determinato scelte progettuali approssimative, sfociate in varianti formalizzate in corso d’opera senza che sussistessero i presupposti di legge.